Mindfulness per raver

Mindfulness per raver

Techno, chitarre e buio: Daniel Avery non trema e se ne esce con un disco che sembra una colonna sonora per qualcosa che non vuoi vedere fino in fondo.

9 Ottobre 2025

Ci sono titoli di album che risultano particolarmente azzeccati. Poi c'è il livello successivo: titoli che non sono titoli, ma istruzioni per l'uso. In questo senso, Tremor suona a tutti gli effetti come un intero mondo sotterraneo che sussulta, leggermente fuori sincrono. Il ricordo in Dolby Surround di un dancefloor accecato di LED. Quel tipo di disco che ti fa mettere in dubbio la tua stessa dimensione attuale: sei ancora in piedi sotto la consolle con i synth che ti rimbombano nelle ossa o ti stai lentamente dissolvendo in forma di basse frequenze? Perché l'attesa della prossima scossa può essere, a volte, essa stessa la prossima scossa.

Daniel Avery prosegue impassibile verso il suo obiettivo finale: sfumare gli assiomi della club culture in una sorta di rivelazione mistica fatta di banger ingegnerizzati e subwoofer cosmici, di beat che non ti schiaffeggiano con la cassa, piuttosto pulsano ciccioni, laddove non calano inesorabili dall'alto, come angeli con l'acufene. C'è la mano di un mago qua dietro, un maestro di progettazione sismica che sa esattamente dove colpire per generare il massimo shock con il minimo sforzo, creando un groove che è più un'entità vivente che un semplice metronomo da assecondare. Un tocco sapiente che trasforma il ritmo in atmosfera intossicata di suspense, giusto un attimo prima che l'atmosfera torni ritmo sospeso e tossico, in un ciclo vertiginoso dove pattern meccanici brillano come meduse bioluminescenti, chitarre stranite vorticano in un maelstrom rallentato e la melodia (sempre al posto giusto, sempre al momento giusto) appare e scompare come un fantasma intrappolato tra le rotelle che comandano le LFO.

Più che un vero e proprio disco da club, è quello che resta quando il club chiude: luci spente, fumo che non se ne va e qualcuno che continua a suonare come se niente fosse.

Avery è ben consapevole del fatto che l'euforia non è una questione di volume, ma di tensione. E infatti qui ogni traccia è come se trattenesse il respiro, nell'attesa che la gravità faccia il suo mestiere. E si sa: la gravità vince, sempre. Perché srotola i layer svelandoli nell'attimo della caduta, mentre fluttuano in aria. Texture shoegaze si increspano in una nebbia ambient techno, per poi riprendere vita all'improvviso, quasi brutalmente, come nell'elettrocardiogramma di una città dormiente, eppure in uno stato di allerta costante.

Se i dischi precedenti del producer inglese costruivano cattedrali di riverbero, Tremor vive in equilibrio su linee di frattura, stupende e delicatissime faglie attraverso le quali luce e rumore si mescolano. C'è calore nella distorsione, conforto in fondo alle crepe, uno scopo dietro la foschia: inseguire la trascendenza attraverso la ripetizione. Ecco, a questo giro, per qualche attimo, l'agguanta, raggiungendo la sintesi pressoché perfetta di quello che la musica elettronica dovrebbe essere oggi: la sigaretta appoggiati a un balcone che affaccia sulla galassia, un promemoria che anche nella notte più folle c'è spazio per un briciolo di coscienza.

Note a margine
Questa recensione è stata scritta in esclusiva per hvsr.net ed è comparsa per la prima volta sull'omonimo sito, dove fa ancora la sua porca figura. La riportiamo anche qui per questioni di vanagloria, completezza e perché Spineless è come il maiale: non si butta via nulla. Ma soprattutto per non dimenticare, a perenne memoria di un tizio che la notte voleva fosse di tutti, mica solo di quelli della notte.
Manuale di rabbia controllata
Quasi postumo