Blanck Mass, N.A.N.O., 75 Dollar Bill, i Soft Cavarly e Richard Dawson: cinque pezzi buoni per combattere l'afa e prepararsi adeguatamente al grande esodo estivo.
31 Luglio 2019
Il lato positivo dei side-project è che ti offrono una specie di scappatoia verso cui incanalare le idee che per qualunque motivo (aspettative dei fan, brand identity o banalissima vergogna) pensi non funzionino per la tua band principale.
Benjamin John Power è uno di quelli che ha saputo approfittare in maniera brillante della cosa. La sua musica da solista dietro il moniker Blanck Mass infatti suona sì come la metà dei Fuck Buttons, ma con delle ben evidenti differenze. Differenze che — manco a dirlo — fanno la differenza.
L'intersezione più che ovvia tra i due progetti è il muro di rumore elettrico contro cui vai a sbattere mentre ti avvicini a entrambi: è una cosa inconfondibile, che segna il marchio di fabbrica di BJP e ti permette di capire subito almeno in quale zona del futuro sei capitato. Però, mentre i Fuck Buttons prendono un'intuizione e ci ricamano lentamente sopra, aggiungendo a ogni passaggio nuovi nodi e fiorellini marciti, Blanck Mass ti sputa addosso tutto in una sola volta. I suoi dischi sono la colonna sonora perfetta per questi tempi difficili e li raccontano in una maniera a suo modo immacolata: tonificano, ma lasciano lividi, si dichiarano discordanti e neri nei loro temi principali, nascondendo però nelle ombre una fragilità che suona in fin dei conti confortante.
Il nuovo lavoro uscirà a metà agosto con un titolo che fa di tutto meno che tentare di scendere a compromessi: Animated Violence Mild. No Dice è il secondo singolo estratto e prova a fregarti una specie di industrial-pop delicato e apparentemente sereno. Ma è un'incoscienza giocosa che ha un qualcosa di sinistro: come i palloncini di IT o la salopette di Chucky. Una carezza data col sorriso prima di una pioggia di schiaffi ghignanti.
Poi non dite che non vi avevamo avvisato.
Quando (quei pochi che ancora lo fanno) si tirano in ballo i C.O.D. pare che l'unica cosa da dire sia: il gruppo scelto dagli Skunk Anansie per aprire le date del loro tour lungo lo Stivale. Ed è un vero peccato, perché la band italiana forse più promettente degli ultimi trent'anni meriterebbe, soprattutto a posteriori, qualcosa di più che un ricordo per conto terzi. Era la fine degli anni '90, ovvero quel breve, intenso momento storico durante il quale anche le major nostrane avevano iniziato ad annusare il culo dell'alt-rock cantato nella lingua di Dante, con l'unico risultato di fare più danni della grandine (chiedere ai Ritmo Tribale per i dettagli).
Così è andata che, dopo qualche scazzo di troppo con la Virgin, Emanuele Lapiana (forse il nostro cantautore più promettente degli ultimi trent'anni) ha chiuso baracca e burattini, si è preso un po' di tempo per fare lunghe passeggiate e riempirsi i polmoni dell'aria buona dei suoi monti trentini e infine rifare capolino qualche tempo dopo nei panni del N.A.N.O. sotto le cui (nemmeno troppo) mentite spoglie ci ha regalato due dei migliori album degli ultimi trent'anni.
COP è il primo singolo del terzo e prova a raccontare — con la solita voce solo apparentemente pacata, lo stesso gusto per la melodia e una costante ossessione per gli acronimi — una generazione, la nostra, che ha passato gli ultimi trent'anni a non prendersi le proprie responsabilità e ora è costretta a ossigenarsi i capelli per riuscire a guardarsi allo specchio senza vedersi per quello che è: drammaticamente disperata.
Il crowdfunding imbastito per finanziare la realizzazione di B&D ha raggiunto (e poi superato) la cifra necessaria in un batter d'occhio. Perché ognuno ha i fan che si merita. E di quella generazione possiamo dire tutto il male possibile, ma non certo che non sappia riconoscere il talento. O che gli serbi una qualche forma di rancore quando quello la mette nuda di fronte ai propri fallimenti.
Che Chen è un chitarrista in fissa con le scale armoniche tipiche della Mauritania, Rick Brown un percussionista che non si fa problemi a tenere il ritmo con qualunque cosa gli capiti sottomano, meglio se bio come un insignificante scatolotto di legno.
Il loro primo disco aveva un titolo che sembrava piuttosto la lista degli ingredienti di una ricetta e suonava esattamente come ti saresti immaginato una volta annusate le cose apparecchiate sul tagliere. In quest'ultimo invece hanno deciso di tirar dentro la qualunque e, da semplice duo spartano, hanno toccato, in certi pezzi, le vette di un ensemble di dieci unità.
Every Last Coffee or Tea riassume bene tutto il doppio LP negli 11 minuti esatti di una macchia di Rorschach fatta canzone: ognuno ci sente quel che ci vuole sentire, ci vede quello che gli altri non ci hanno ancora visto e vissero tutti felici e contenti. Sicuramente (almeno, in prima battuta) jazz, blues, post-rock e folk. Poi un bel po' del resto che può venirvi in mente, senza censure di sorta. Sapori ben poco occidentali, una furia sciamanica applicata al pentagramma e la preferenza dichiarata per certe distorsioni mai volgari ma sempre un po' vagamente sudicie.
Il risultato? Complessivamente incongruo? Impegnativo da ascoltare? Che due maroni? Niente di tutto ciò, anzi. Un esercizio perfettamente riuscito di multiculturalità inclusiva, viaggi nel tempo e nello spazio storico moderno e cameratismo musicale intensamente focalizzato.
Prendere John Cale, abbandonarlo in un posto a caso del Nord Africa con un cappello per l'elemosina e poco più di una ciotola per l'acqua e vedere cosa si inventa per cavarsela: se il termine "world music" ha ancora una qualche speranza di poter significare qualcosa, questa è la strada.
La morale di questa storia probabilmente è ancora da definire nei dettagli, ma sicuramente si porta già in grembo un risultato non da poco: mettere a tacere due luoghi comuni che credevamo verità fatte e finite:
I fatti parlano chiaro: il ritorno degli Slowdive ci ha regalato non solo una band in forma smagliante e un disco che ha meritato sul campo tutte le lodi preventive che gli erano cadute addosso, ma soprattutto una Rachel Goswell diversa. Meno introversa, stanca di nascondersi, più conscia di sé e desiderosa di regalare il proprio talento in giro senza il timore che vada sprecato. Il collettivo Minor Victories, le collaborazioni con Editors, American Football, Mercury Rev, Beach Fossils. Come il prezzemolo, ma meno banale.
E per una volta anche il gossip non porta pena. Sì, perché il ritorno degli Slowdive ci ha regalato anche un lungo tour con annesso barbutissimo tour manager, che la Goswell prima l'ha fatta innamorare, poi se l'è sposata e infine l'ha convinta a imbarcarsi in questo progetto a due per dar voce a tutti i pezzi inediti che aveva nel cassetto dai primi anni '90.
The Soft Cavalry finge di essere dream-pop ma va più a fondo, lascia i sogni in superficie per andare a toccare l'apnea delle cose reali e dolorose, come il paradosso sadico di avere un fratello affetto da sordità totale quando te invece della musica e del suono ne hai fatto un mestiere. Come la voglia di raccontarlo in un video usando solo la tua faccia, le tue mani e i gesti del BSL.
Messa giù a parole, siamo di nuovo dalle parti degli XX o dei Daughter, ma con un gusto impareggiabile e estrema cognizione di causa. Senza offesa per chi non può farlo, va detto che è proprio un bel sentire.
Non sempre è semplice fare i conti con Richard Dawson. È complicato metterlo alle stretta appiccicandogli in fronte un'etichetta sensata, anche se alla fine dici folk e metti d'accordo tutti. Faticoso trovare anche solo lateralmente divertente quello che produce, eppure un sorriso storto ci scappa quasi sempre. Piuttosto, potrebbe essere la voce di quei monologhi interiori in cui non dovresti — per il tuo bene — mai imbarcarti, ma in cui poi ti crogioli ogni sera prima di andare a letto. A tratti, somiglia alla versione del suo omonimo Les fatta cantante sfigato e sovrappeso: arguto come pochi, ma sempre pronto a sottolineare il lato macabramente grottesco della questione.
La sua poetica attinge da quella sorgente inesauribile che è uno sguardo attento sulle cose di ogni giorno, per poi gettarle nel mare dei cosiddetti "temi universali", dove quelle, ovviamente, non sanno nuotare. Musicalmente, ha una spiccata grandeur pop, ma messa in piedi con le viti e i chiodi del fai da te, sempre e rigorosamente senza guardare le istruzioni né cadere preda della paura impacciata di schiacciarsi un dito con il martello.
Prendete Jogging. La strofa disegnata su una cavalcata imparata a lezione dagli Iron Maiden ma poi riproposta in uno scarabocchio che rappresenta Steve Harris al galoppo di un carrello della Lidl. Il ritornello che va a pascolare nei campi dei refrain irresistibili a metà tra gioia e malinconia. Il testo che ricorda la logorrea di un Mark Kozelek che ha ancora voglia di cantare, snocciolato con l'intonazione di uno che a cantare non ha mai imparato. E poi lui, che corre a rotta di collo con la sua felpa gialla, perso nella bruma di un lungomare britannico come un Chris Martin qualsiasi nel video di Yellow.
Un genio? Probabilmente sì. Dipenda dal livello di coolness che vi piace associare al termine. Se amate i geni della porta accanto, con la barba di una settimana, le briciole di hamburger sulla camicia e il lavandino intasato da mesi, allora sarà amore a prima vista.