Campionamenti vintage, serviti freschi

Campionamenti vintage, serviti freschi

La minestra riscaldata di Daniel Lopatin va a contraddire l'atavico detto popolare: saporita e nutriente, sa di comfort food fatto con gli avanzi.

4 Dicembre 2025

Andando dritti al punto: se consideriamo che stiamo parlando di un tizio la cui gran parte della discografia ti fa sentire come il disorientato concorrente di un quiz progettato da una scheda madre senziente che sussurra indovinelli dagli angoli più bui di un magazzino abbandonato di Euronics, Tranquilizer è un lavoro relativamente accessibile. Così accessibile da risultare quasi sospetto. Nel senso che viene da chiedersi: dove sta la fregatura? Spoiler: non c'è.

Daniel Lopatin, santo patrono del caos concettuale, per una volta (contro tutte le leggi conosciute della sua stessa fisica), se ne esce con qualcosa che possiamo definire — con un po' di timore reverenziale, ma a tutti gli effetti — chillout music. Ovviamente, scordatevi l'easy listening alla Cafè del Mar, e mettete da parte anche un certo downtempo da meditazione dentro un buco nero o quell'ambient standardizzato che lascia il retrogusto di essere stati stalkerizzati da un controller midi: piuttosto, una terapia per il rilassamento del cervello genuinamente cervellotica, ma con un bugiardino dove si capisce, se Dio vuole, qualcosa.

Un tassidermista d'élite al lavoro sui resti morti di un'era campionabile: poveri reparti anni Novanta che tornano a respirare, anche se con la maschera a gas.

Il trucco, come sempre, sta nel modo in cui Lopatin riesce a trattare i detriti musicali: con la nonchalance di uno chef stellato alle prese con gli avanzi. Ogni sample dissotterrato, ogni ghirigoro di synth polveroso, ogni briciola di bit è rifinita in maniera immacolata, tipo una pietanza gourmet assemblata solo con quello che era in frigo dalla settimana scorsa, eppure impiattata in modo che faccia la sua porca figura nel museo della Guida Michelin. E questo va detto a voce alta: se in pochi sanno riproporti frammenti recuperati altrove (nel caso specifico CD di campionamenti royalty-free anni '90 prima uploadati, poi scomparsi e infine ricomparsi su Internet Archive) restaurandoli in condizioni perfette, quasi nessuno riesce a farti credere che siano stati creati ad hoc per il mix che stai ascoltando.

Sia chiaro: non è che all'improvviso si abbandoni la misteriosa ODP-zone. C'è sempre quell'ombra fuori fase dietro la morbidezza armonica, quella sottile stortura nelle melodie che impedisce al rilassamento di adagiarsi sul mestiere già sentito. Ma è come se l'essenza del progetto Oneohtrix Point Never stesse finalmente venendo a patti con l'idea che non c'è niente di male a fare musica che è semplicemente ottima: eterea quanto basta, scombinata il giusto, confortevolmente narcotica — invece che intellettualmente aggressiva a colpi di puzzle sonori labirintici, per quanto risolti in maniera tecnicamente ineccepibile.

Uno di quei rari casi in cui un album indubbiamente sperimentale pare ricordarsi che nella stanza c'è anche chi ascolta, e in qualche modo risulta originale per il semplice fatto di non aver dato la cosa per scontata.

Note a margine
Questa recensione è stata scritta in esclusiva per hvsr.net ed è comparsa per la prima volta sull'omonimo sito, dove fa ancora la sua porca figura. La riportiamo anche qui per questioni di vanagloria, completezza e perché Spineless è come il maiale: non si butta via nulla. Ma soprattutto per non dimenticare, a perenne memoria di un tizio musicalmente autistico che l'archeologia la faceva con i sample.
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