Parov Stelar inverte i cavi dell'electro swing: meno vintage, più metallo digitale. Ecco il trattato di pace (e festa) tra umani e macchine.
27 Novembre 2025
C'è qualcuno, lassù in Austria, che si è posto una domanda solo apparentemente innocua: come si fa a rimanere umani quando codici binari animati da più o meno cattive intenzioni hanno ormai imparato tutti i nostri trucchetti? Marcus Füreder è uno che di soluzioni ibride ne ha fatto una ragione di vita, uno che per descriverne il talento hanno dovuto inventare un genere ad hoc ( electro swing vi dice nulla?), e non a caso risolve la questione con inaspettata, salomonica eleganza — semplicemente invertendo i cavi di ciò che ci è sempre suonato familiare per lasciare che i circuiti rigenerati aumentino da soli il volume, in una nuova coreografia di byte.
Artifact è l'ottimizzazione curata ad arte di ciò che Parov Stelar è stato fino ad oggi: meno infiocchettature jazzy, meno glamour vintage, e qualche grammo in più di quella precisa chiarezza metallica che sembra fatta apposta per spiegare un mondo che sta negoziando il suo complicato trattato di pace con l'AI. Ne esce un album sospeso in una tensione ammaliante: beat sintetici calibrati con nitidezza matematica, avvolti dentro texture che ancora pulsano di sangue vero e confezionati in un incarto super pop, che di minimale ha poco o nulla. D'altronde, l'obiettivo di Füreder non è mai stato soltanto quello di far muovere il culo alla gente, ma quello di creare musica elettronica che avanzi con una cadenza distintamente umana — imperfetta, emozionale, leggermente storta anche quando il ritmo è dritto per dritto.
Qui il contrasto si accentua. I campionamenti di ottoni e strumenti a fiato o i confortanti fantasmi retro-swing che ne hanno sempre caratterizzato il tocco fanno un passo indietro, lasciando spazio a spigoli più acuti, superfici vagamente più lucide e lisce, groove ingegnerizzati per la massima efficienza aerodinamica. Eppure, la carne si rifiuta di morire. Quando il basso picchia, picchia dove la mente duole. Quando i synth mordono, lasciano lividi e non ingenui succhiotti. Quando le guest vocalist si fanno languide, sciolgono il cuore. Come se ogni loop fosse stato cesellato, piegato e leggermente disallineato rispetto alla retta del banale con le mani — mani vere.
Non tutto funziona alla perfezione, va detto. Certi passaggi sanno di ipotesi in cerca di una tesi, altri scivolano verso atmosfere promettenti senza sposarle infine del tutto. Ma è il prezzo da pagare quando provi a saltare sul futuro in corsa, mentre il futuro è già qui. E in ogni caso sono momenti isolati. Nel complesso, Artifact gode di quella rara alchimia in cui la precisione risulta calda, la pulizia digitale stranamente intima, la classe tamarra quanto basta. È il suono di un musicista che sta navigando in quella zona grigia dove persone e automi hanno smesso di farsi la guerra e — magari anche solo loro malgrado — iniziato a sincronizzarsi, preparandosi per la festa nello stesso camerino. Uno splendido esemplare di artigianato artificiale, che una volta tanto mette a letto senza cena l'eterno dilemma: possono le macchine danzare come noi, o saremo noi a essere costretti a ballare come macchine?