Raggi di luce in una polvere di pixel

Raggi di luce in una polvere di pixel

Ecco cosa succederebbe se i videogiochi anni 2000 facessero dischi: come in un JRPG mai uscito, tra pixel emotivi, beat e nostalgia, ecco i Purity Ring che fanno i Purity Ring.

2 Ottobre 2025

Alla fine i Purity Ring l'hanno fatto. Dopo anni passati a sentirsi definire "eterei", "glitchy" o anche "quella band da ascoltare mentre fissi nostalgico lo screensaver di un monitor a tubo catodico", hanno riavviato il sistema e si sono trasformati, loro stessi, in un videogame. Non una grind da cento ore e passa, ovviamente. Piuttosto un'affascinante missione colorata al neon, di nemmeno quaranta minuti, attraverso la loro nuova, strana, artificiale dimensione.

Del resto, il duo canadese, nel corso dei tre dischi precedenti, ha dimostrato di saper essere un superbo creatore di mondi alternativi. La voce leggera come una piuma di Megan James e la produzione distortamente patinata di Corin Roddick hanno sempre suonato come trasmissioni più o meno aliene, artefatti digitali provenienti da un universo parallelo. A questo giro però, gettano la maschera definitivamente e letteralmente. Nel senso che raccontano la storia dei propri avatar, impegnati a riparare con la gentilezza un mondo (nemmeno troppo ipotetico) ormai andato a male. Un incrocio tra Final Fantasy X e NieR: Automata insomma, ma con dei synth a cascata al posto degli spadoni e sfrusciate di riverbero invece di scene pixelate dalla classica censura all'orientale.

Metà tragedia electro-fantasy, metà crisi androidica in astinenza da beat: ma invece del boss fight all'ultimo livello, qui si affilano i delay senza punti vita.

Ecco quindi che la tracklist diventa quasi una mappa: gli eroi partono da un porto sicuro, un villaggio molto ambient, fanno degli incontri casuali con improvvisi passaggi percussivi, per ritrovarsi dentro un climax gonfio di beat dove il mostro finale da combattere sono le loro stesse emozioni. Occasionali barlumi di strumenti acustici (piano, chitarra) fanno capolino a tratti, come degli NPC il cui compito è rammentarci che il paese reale esiste ancora e mamma ci sta chiamando per cena.

Bellissimo il concetto — soprattutto in tempi di fruizione musicale bulimica in cui i concept album paiono roba veramente da boomer — meno soddisfacente l'esecuzione. Non mancano infatti i momenti in cui l'attenzione spesa a creare il contorno immersivo finisce per sopraffare la scrittura vera e propria, lasciando l'ascoltatore più impressionato dal folklore della narrazione che ammaliato dai pezzi in sé. Non è proprio noia, ma voglia di qualcosa di meglio. Quando scatta il click (Many Lives, Place of My Own), tutto funziona alla grande e ti ricordi immediatamente perché i Purity Ring sono i Purity Ring: i sussurri della James incalzanti eppure stranamente intimi, i crescendo di Roddick scolpiti alla perfezione, prodigiosamente traboccanti di vita. Altrove (Mistral, My Odyssey), le cose sanno di scene tagliate e recuperate last minute, buone giusto per il DVD dei contenuti multimediali, quello in regalo con la versione deluxe.

Un'esperienza coinvolgente, intrigante, considerevolmente ambiziosa, a tratti senza dubbio riuscita. Putroppo, non poco spesso disomogenea. Un'avventura che vale la pena giocare, ma senza quella FOMO che ti porta a premere sul pulsante SAVE ogni due per tre in modo da consolidare i tuoi progressi. Perché, a pensarci bene, non sei mica così certo, domani, di voler davvero riprendere da dove hai lasciato.

Note a margine
Questa recensione è stata scritta in esclusiva per hvsr.net ed è comparsa per la prima volta sull'omonimo sito, dove fa ancora la sua porca figura. La riportiamo anche qui per questioni di vanagloria, completezza e perché Spineless è come il maiale: non si butta via nulla. Ma soprattutto per non dimenticare, a perenne memoria di due tizi che per il tempo di un disco hanno deciso di vivere la vita dei loro avatar.
La morra Chinosa
Quasi postumo