Quelli di Born to Be Wild

Quelli di Born to Be Wild

Poche band sono state associate a una canzone come gli Steppenwolf con il tema portante di Easy Rider. E pensare che, tecnicamente, manco l'avevano scritta loro.

2 Maggio 2018

Il 1968 è l'anno-zero degli Steppenwolf, con il loro omonimo debutto che esce durante la coda lunga dell'inverno inziato nel '67 ma, nel giro di una mite primavera (sì, quella era un'epoca in cui ancora esistevano le mezze stagioni), fa il botto grazie a un inaspettato FM take over su praticamente tutte le radio della West Coast.

Oggi gli Steppenwolf vengono ricordati quando va bene come "quelli di Born to Be Wild, quando va così così come "quelli di Easy Rider" e nella peggiore delle ipotesi come "quelli delle motociclette". La cosa buffa è che Born to Be Wild, a voler essere pignoli, non è nemmeno un pezzo degli Steppenwolf a tutti gli effetti. Arriva infatti a firma di un misterioso personaggio che va sotto il nome di Mars Bonfire.

Quello di Born to Be Wild

Ai tempi Mars Bonfire è ancora Dennis Edmonton, ormai ex-chitarrista degli Sparrows. Pochi mesi prima infatti, John Kay ha appena chiuso la deludente avventura con il suo precedente gruppo, portandosi dietro il tastierista Goldy McJohn e il batterista Jerry Edmonton. Dennis, fratello di quest'ultimo, piuttosto che entrare in una nuova band che si chiama come un romanzo di Hermann Hesse, decide di tentare la carriera solista e sceglie un nome che — a suo dire — «it was kinda mysterious, something you wouldn't forget». E invece.

In ogni caso, si lascia bene con gli ex compagni e — addirittura, prima di salutarli — regala loro l'ultimo pezzo che ha scritto. Si intitola, appunto, Born to Be Wild e non ha niente a che fare con i chopper e le Harley Davidson:

It says "get your motor running" — but, honestly, that could mean anything.

E invece.

Sliding doors

Invece poi è andata che è arrivato Easy Rider, poi è andata che sono arrivati Dennis Hopper e Peter Fonda, le motociclette, l'esistenzialismo su due ruote, tutta una certa bad attitude rivestita di pelle consumata e polverosa e, con loro, la fine del sogno americano per eccesso di velocità senza casco.

Insomma, è andata che — è un lavoro sporco, ma qualcuno lo deve pur fare — anche per il mitico '68 tocca raccontare uno di quegli aneddoti minori (di cui la storia del rock è ricchissima — pensiamo, che ne so, a Chad Channing e alla sua uscita dai Nirvana subito prima di Nevermind) che parlano di gente che, se proprio non ha fatto la famosa scelta sbagliata al momento sbagliato, diciamo che se la poteva giocare meglio. Gente che aveva un pessimo rapporto con il concetto di sliding door e così ha imparato sulla propria pelle (o quantomeno sul proprio giubbotto di pelle) quanto il rock sia un tipo sadico e la storia la stronza per eccellenza.

Note a margine
Questa specie di mini retrospettiva dal sapore di "Lo sapevate che?" è stata scritta in esclusiva per una cover story de lindiependente.it sul 1968 ed è comparsa per la prima volta sull'omonimo sito, dove fa ancora la sua porca figura. La riportiamo anche qui per questioni di vanagloria, completezza e perché Spineless è come il lupo della steppa: non butta via nulla, perché poi trovar qualcos'altro da mangiare, nella steppa, è vita grama. Ma soprattutto per non dimenticare, a perenne memoria di tutti quei personaggi che son finiti nella soffitta della storia per il semplice fatto di aver puntato sul cavallo sbagliato al momento sbagliato.
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