Occhi di gatta

Occhi di gatta

Gatta di nome e di fatto, la mia gatta. Strana come tutti i gatti, ma — come tutti i gatti — strana a modo suo. Così strana che uno non può che innamorarsene a prima vista.

27 Gennaio 2007

Io c'ho una gatta che è strana quella gatta. C'ho una gatta che è bellissima, e non lo dico perché è la mia gatta visto che una gatta per definizione non è di nessuno: lo dico che è proprio un giudizio estetico spassionato. C'ho una gatta che è bellissima ma è strana quella gatta.

I primi tre giorni

Per dire: la mia gatta quando la presi era piccina così. I primi tre giorni non si mosse da sotto il divano senza mangiare né dormire credo. Ogni mezz'ora io mi inginocchiavo, mi piegavo con la testa rasoterra e vedevo due occhi gialli in mezzo al buio sbarrati e fissi. Ma non impauriti: in attesa. Ecco sì: in attesa. Di cosa, non l'ho mai capito. Fatto sta che, dopo tre giorni, deve essere successa, quella cosa lì che attendeva. Perché è venuta fuori, dopo tre giorni, anche se (va detto) io a volte ancora capita che mi inginocchio e mi piego con la testa rasoterra come ai vecchi tempi e mi sembra che sono ancora lì, quegli occhi gialli. Lì in mezzo al buio sbarrati e fissi. Deve essere una di quelle storie di impressione retinea: cose così.

Che c'era uno, una volta, che vide una cosa così bella che la sua retina si impressionò così tanto che poi per tutta la vita non riuscì a vedere altro: magari poi vi racconto.

Insomma dopo tre giorni ha deciso che si poteva uscire da sotto il divano e sembrava quasi una gatta normale.

Dal veterinario

Poi dal veterinario, per farla sterilizzare. Che quel giorno non c'era nessuno a casa: c'avevano tutti qualcosa da fare, quel giorno lì della sterilizzazione della gatta venuta da sotto il divano. Che ne so: metti io a scuola, mio papà a lavorare, mia nonna a stendere i panni. Che così toccò a mio nonno di portarla dal veterinario.

Lui ci provò, se vogliamo proprio dirla tutta, ad obiettare che c'aveva da potare gli ulivi che sennò poi gli cambiava la luna e non era più periodo, ma fu ritenuto dal gran consiglio all'unanimità un impegno trascurabile, specialmente se confrontato con gli altri tre sopracitati: che ora non mi pare il caso di ripeterli che poi ci si annoia, ma sarebbero andare a scuola, andare a lavorare e stendere i panni.

Insomma mio nonno con la gatta dal veterinario io avrei pagato per vederli:

  • Che bella gattina! Come si chiama? Mi dica il nome che così lo scrivo sul libretto.
  • Quale libretto?
  • Il libretto sanitario.
  • O che siamo matti? Nemmeno fosse un cristiano!

E qui va detto che per mio nonno siam tutti cristiani: "cristiano", per mio nonno, sta per essere umano, indipendentemente dalla religione professata. Per mio nonno son cristiani i musulmani, che son cristiani col turbante in testa, son cristiani la gente di colore, che son cristiani negri: anche Marilyn Manson è un cristiano, per mio nonno. Solo Berlusconi, ecco, lui non è mica un cristiano: Berlusconi è "quel maiale", per usare le parole esatte, di mio nonno.

  • Insomma, un nome glielo avrete dato, a una gattina così bella!
  • È una gatta.
  • Sì, appunto, come si chiama?
  • Gatta.

Ora, non per giustificarlo a tutti i costi, ma mio nonno è un ex-partigiano con la terza elementare, che in tutta la vita non gli è mai passato per la testa, a lui, ex-partigiano testardo e comunista, che a un gatto ci fosse tutta questa estrema necessità di dargli un nome da cristiani. Che poi giuro, mio nonno a quella gatta con gli occhi gialli in mezzo al buio sbarrati e fissi ci vuole un bene dell'anima, ma chiamarla no. Insomma, una gatta come la vuoi chiamare? Gatta: non fa una piega, come ragionamento.

E allora da quel giorno la mia gatta si chiama Gatta, con tanto di libretto sanitario timbrato. Che tanto poi non è che ce ne frega molto a noi di come si chiama la gatta, che in casa mia la gatta si chiama, le poche volte che si chiama, con quel verso classico che fanno tutti per chiamare un gatto, che è un verso strano che si fa con le labbra e che non c'è proprio verso di scriverlo, quel verso lì. E allora non lo scrivo, io: però è un po' come mandare dei bacini a qualcuno, non so se ci si capisce.

Che io poi non me la son mai spiegata questa cosa che i gatti rispondono a quel verso lì, ma rispondere rispondono, questo è appurato: son quelle regole empiriche che non tradiscono mai, come quella della velocità della luce — cfr. Miagolii e Fotoni, ovvero di quel gatto che non rispondeva, vecchio inserto del National Geographic, in cui ci si intrattiene anche troppo sull'ormai superata questione che la velocità della luce è considerata la massima raggiungibile in natura per il solo e semplice fatto che per ora non si è mai trovato niente che va più forte, ma in futuro chissà.

Ma torniamo al veterinario, che sennò si perde il filo del discorso, ammesso che il discorso ce l'abbia, un filo: che io di questa cosa non son mica sicuro.

Insomma lui ci fa, a mio nonno, dopo l'intervento:

  • Guardi, che ora ingrasserà come una vacca e diventerà estremamente sedentaria, pigra e non si muoverà più di casa.

È lì che ho capito che anche i luminari sbagliano, a volte. La mia gatta, dopo il veterinario, è stata una ventina di ore un po' rincoglionita e poi gli è presa una ruzza (come si dice dalle mie parti), ma una ruzza che descriverla non si può. Grassa e sedentaria: mi viene da ridere. Da lì in poi, magra come un chiodo e sempre fuori all'aria aperta che torna solo per mangiare.

L'ho detto che è strana, quella gatta.

Gatti e cani

Aveva pure fatto amicizia con il cane vecchio, che si chiamava Black, quello che il mio amico Filippo, quando mi aveva chiesto come si chiamava, io ci avevo risposto: «Come una canzone dei Pearl Jam». E allora lui, rivolto al cane: «Jeeeeremyyy

Che il cane vecchio a dire la verità non è che fosse proprio propenso, a queste affettuosità moderne che a lui gli parevano un po' contronatura, ma un giorno mi arrivò davanti con il naso tutto sanguinante dai graffi e lì capii che erano quanotomeno scesi a compromessi.

Poi è morto, il cane vecchio. Che così va la vita, anche per i cani. E quello nuovo. Eh, quello nuovo si chiama Mirò, ed è un artista. Un artista, sì: dovreste vedere che creazioni le ha messo su con i cocci dei vasi della salvia e le buche nell'orto. Chiedete a mia nonna, per conferma, che pare abbia dichiarato agli inquirenti: «Se ce lo becco lo stronco di bastonate». Non ce l'ha mai beccato, per ora.

Insomma, quello nuovo i gatti proprio non li può vedere, ed è pure giovane e scattante. E allora per la mia gatta, quella strana, son tempi duri. Che è stata praticamente sfrattata da casa sua. E allora ha chiesto asilo politico alle galline. Che una gatta e le galline, storicamente parlando, non è che dovrebbero andare proprio d'accordo. Ma si vede che ha fatto di necessità virtù: io non vi rompo le palle, voi mi subaffittate il pollaio a un prezzo concorrenziale.

Così ora vive laggiù dai polli, fa lo slalom tra le uova per tenersi in allenamento, dorme sul fieno e prende lucertole e topi così per passare il tempo. Ma non li mangia mica infatti: li stordisce un po' e poi li lascia lì. Che a mangiare viene ancora a casa, ma di notte però. A notte fonda quando il cane dorme ed è chiuso in garage.

Che è strana, la mia gatta, ma mica scema.

Come fari abbaglianti

E allora finisce che io, le poche volte che torno a casa di là (che ormai che abito a casa di qua non ci torno mica più tanto spesso a casa di là), arrivo metti alle due o alle tre e mi fermo ad aspettare che il cancello si apra con i fari che illuminano la strada. E in fondo alla discesa immancabilmente vedo nel buio pesto due occhi gialli sbarrati e fissi. E allora mi viene da sorridere.

Poi scendo di macchina e mi avvio verso la porta, infilo le chiavi e apro. Appena socchiusa l'entrata sento un qualcosa di scuro vicino alle gambe che si intrufola dentro. Accendo la luce e la vedo con gli occhietti piccoli piccoli che dice ma che cazzo è tutta questa luce e con la schiena inarcata che dice grattami vai. E allora la gratto e poi lei va a mangiare, che tanto lo sa dove sta, da mangiare. Io mi siedo accanto a lei e la guardo mentre sgranocchia quei croccantini che devono essere uno schifo, ma vabbè. E penso che le voglio un sacco di bene. Penso che potrei innamorarmi, di una così.

A un certo punto poi mi alzo, che mi sa che deve essere imbarazzante starsene lì a mangiare con uno che ti guarda tutto il tempo. E allora mi faccio un po' i fatti miei: mi tolgo la giacca, accendo il computer, le solite cose. Finché non sento miagolare. Che la mia gatta è strana anche a miagolare, che non ha mai imparato a miagolare bene, credo. Ci mancherebbe, mi vien da pensare: non c'è mica mai nessuno che le ha insegnato. Insomma, sarà che miagola strano, ma la riconosco subito e vado in cucina. Lei è lì sotto l'acquaio, che guarda in su: fa due fusa e poi salta sopra, io la carezzo dietro le orecchie, poi apro la finestra. Lei, anche se fuori c'è un freddo porco, scivola via senza salutare.

Ecco. Ultimamente i miei rapporti con la mia gatta di riducono a questo. Che sembra un nulla. Che uno dice ma sei scemo a farla così lunga per una cosa del genere? Un nulla sembra, a leggerla così. Ma io.

Io se una sera torno e in fondo alla strada non ci sono quei due occhi gialli sbarrati. Io mi ammazzo.

L'amore è un processo stocatisco
Fotoromanza