HVSR Digest #30

HVSR Digest #30

Il sonno arretrato di Ghostpoet, l'elettricità di Boy Harsher e Ital Tek, la voglia di surf dei Bluedaze, i piccioni di Tommaso Novi: un bel carnet di opzioni per il vostro primo giorno all'aperto, dopo mesi di lockdown.

6 Giugno 2020

Ghostpoet

I Grow Tired But Dare Not Fall Asleep

Dormire con un occhio aperto, anzi, meglio due

Di quanti dischi l'abbiamo detto, quest'anno? Troppi. E adesso possiamo concludere che lo abbiamo fatto sempre, clamorosamente, sbagliando. Questa è la colonna sonora definitiva di qualunque quarantena.

Non che sia stata pianificata per diventarlo, ci mancherebbe. «Una fotografia distopica del disagio universale e dell'inquietudine che ci attanaglia all'ingresso di questo nuovo decennio» — così Obaro Ejimiwe descriveva quello che aveva appena composto. Peccato fosse l'autunno del 2019 e una pandemia globale giusto il sogno erotico ricorrente di qualche negazionista. Ma Ghostpoet ha sempre avuto un certo talento per dissezionare il malessere moderno e in tasca i ferri del mestiere giusti per anticiparlo. Qualcuno dice che ha l'occhio lungo, qualcun altro che porta sfiga.

Il fatto è che non era poi così difficile prevedere il disastro: il mondo stava comunque barcollando, ubriaco fradicio di un cocktail fatto di Brexit, Trump e meme alt-right. Già passavamo troppo tempo chiusi in casa, ammanettati a uno schermo, ogni giorno confinati spettatori di una nuova apocalisse. I Grow Tired but Dare not Fall Asleep ha semplicemente messo a fuoco questa sorta di estetica della tartaruga e grattato via la crosta da una ferita ora irrimediabilmente aperta.

Così, i freddi automatismi post-punk della title track altro non si rivelano che i naturali compagni di un messaggio — per metà cantato, per metà raccontato, con una disillusione quasi trip hop — di inarrestabile pessimismo, fino a ora inesplorato. Nel contesto attuale suonano come la profezia di un Nostradamus tardocapitalista. Brillantemente prodotta, tematicamente solida, visionaria e preveggente, acuta e quasi sarcastica a tratti, affronta — con aplomb inconsueto anche per un londinese — temi scottanti come isolamento iperconnesso e apprensione senza futuro.

A modo suo, riesce a rendere il tutto quasi affascinante. Ma se state cercando roba buona per darvi sollievo e tenervi al sicuro dall'ansia diffusa di questi giorni, scappate a gambe levate.

Boy Harsher

Electric

Ballare (nemmeno troppo) cauti sui cocci di risentimento e desiderio

A più di dieci anni dal suo apice sulle passerelle dei maggiori brand del fashion luxury, la cosiddetta minimal wave era più o meno scomparsa dai radar. I pochi rimasugli si vedevano sostanzialmente arroccati attorno a una certa purezza storica in cui gli ossequi al canone spesso non si erano tradotti che in pattern ripetitivi, apparentemente intenzionati a non voler fare nessun passo oltre la sindacale sicurezza di pararsi il culo.

Da un lustro a questa parte, la crociata di Augustus Muller e Jae Matthews è stata quella di provare a portare una boccata d'aria meno viziata al genere e — insieme a quella — una palette di suoni sorprendentemente varia, che ha spaziato dagli anni '80 ai '90, senza per forza puzzare di morto.

Intendiamoci: Boy Harsher fa musica per il dancefloor. Roba sintetizzata apposta per pulsare dentro corpi ricoperti di pelle e latex, che cura la sua componente sensuale con l'urgenza indecente di una sveltina nel bagno del locale e con la rabbia sofferta di tutto l'amore non corrisposto che la cosa comporta. Eppure pare avere il buon gusto di prendersi cura di emozioni così viscerali (e ben poco confortanti) con inusuale delicatezza e attenzione.

Country Girl era un vecchio EP di quattro pezzi. Recentemente la sua versione Uncut è diventata un album vero e proprio. Electric è uno dei brani aggiunti e insieme al suo nuovo video — a metà tra la versione albina di The Ring e una biondata dei Röyksopp — ha tutte le carte in regola per candidarsi a diventare il battito insistente di ognuno di noi, quando si è perso e non riesce più a ritrovarsi, però continua a cercarsi.

Questo quindi lo stato dell'arte: butta male e il tempo stringe, ma almeno abbiamo una colonna sonora. Sperimentale senza uscire dai binari, eterea pur sapendo di carne viva. In una sola parola: elettrica, appunto.

Ital Tek

Leaving The Grid

Fantascienza presente, contro la crisi delle nascite

«Te lo sai oggi a che ora mi son svegliato? Alle sette meno un quarto. E la bambina mi ha pure vomitato un'anguria nelle scarpe». Così si giustificava il maestro Quelo. Perché la paternità ognuno la prende a modo suo. Chi piange di gioia felice come una Pasqua, chi bestemmia i santi e le aziende produttrici di profilattici in nome di sane dormite che nessuno gli ridarà mai più indietro.

Alan Myson invece ha fatto un disco. Tra un biberon, una bizza e un pannolino sporco, con delle borse sotto gli occhi che la Ryanair non gli avrebbe mai passato come bagaglio a mano, ha partorito il frutto di innumerevoli notti insonni, nella splendida forma di quello che si candida a essere uno dei migliori album di elettronica d'atmosfera dell'anno.

Non è un caso, infatti, se Outland sembra concepito per essere ascoltato quando il sole ha gettato la spugna. Ogni sera dopo l'ultimo TG, oppure per sei mesi di fila, nel lungo inverno di Tromsø.

Altrettanto coerenti i passi della gestazione. Abbandonare il caos del centro cittadino e trasferirsi in campagna. Mettere su tutto il meglio delle ninne nanne stregate di Zomby e Burial, senza mai dimenticare — nemmeno per un attimo — la lezione imparata da Carpenter. Plasmare di conseguenza quella che potrebbe essere la colonna sonora di un videogame distopico, ambientato negli scantinati di una sala giochi abbandonata, infestata dai fantasmi della gente morta di inedia sul divano, mentre guardava Stranger Things.

Leaving the Grid dà l'impressione di esistere e replicarsi in un universo tutto suo, ti assorbe nel suo labirinto sci-fi, ti lusinga con la sua natura caleidoscopica che a ogni giro rivela nuovi livelli e passaggi segreti. È un trip apocalittico che vorrebbe consumarti dall'interno e per intero, come lo spazio oscuro e vuoto in cui galleggia rassegnato l'ultimo astronauta abbandonato da una qualche navicella spaziale.

Il consiglio è di lasciarsi trasportare dalla deriva, accettando il proprio destino con serenità cosmica e ineluttabilità klingon. «Resistance is futile», diceva il saggio.

Bluedaze

Hodad

Charlie fa surf, anzi no

Ve li ricordate i lurker? Erano una presenza (a volte sospetta, a volte confortante) che si percepiva nei forum e nelle chat agli albori di internet. Seguivano la conversazione senza mai prendervi parte o intervenire, preda di un mix di impulsi contrastanti che alla fine li lasciava in un immobilismo consapevole, delicato, quasi mai frustrato: un po' di sano voyeurismo da un lato, una bella manciata di quella timidezza che un nickname non riusciva ad abbattere e che si è fatta sempre più rara con l'avvento dei social media.

Ecco, applicate il concetto agli sport acquatici e finirete dalle parti del significato di hodad. Fin dagli anni '50, "hodad" è colui che bazzica le spiagge frequentate dai surfisti, li guarda da debita distanza, si veste e si comporta come loro, ma non ha mai messo una tavola sotto il culo. E non ha la minima intenzione di farlo: è a posto così. Una scelta di vita molto più comune di quello che sembra, anche in ambiti e contesti ben lontani dalla cresta dell'onda. Siamo un po' tutti hodad, nel momento in cui, ogni giorno, ci raccontiamo in un modo che non è quello con cui tiriamo a campare: ce lo ha insegnato Pirandello e ce lo confermano miliardi di account Instagram.

Sicuramente lo sono i Bluedaze, per loro stessa ammissione. Figli felici della provincia, si godono le meraviglie alle porte di Varese come fossero a Santa Monica, sognando un oceano diverso per ogni scampagnata al lago. E proprio sulle rive del lago di Monate è girato il video di questo primo singolo, uscito quando ancora non potevamo uscire di casa e perfetta colonna sonora anticipata dell'estate piena di incognite che ci aspetta. Come vuole il titolo, sta perfettamente a metà tra il Charlie dei Baustelle e quello dei Clash, prende la California psych-pop dei Beach Boys, le mette addosso il tiro dritto ma per niente monotono dei migliori Cardigans e la porta a fare un giro su un pedalò d'acqua dolce ai piedi delle Prealpi.

Il disco (intitolato — manco a dirlo — Skysurfers) vedrà la luce in autunno e sarà prodotto da Martino Cuman dei Non voglio che Clara, garanzia di qualità. Ci sono tutti i presupposti perché abbia la forma dell'onda (quasi) perfetta.

Tommaso Novi

Molto Bello

Anche Pisa prova ad approfittare della ritrovata libertà di circolare tra le regioni

Ecco una panoramica (assolutamente non esaustiva) delle città toscane che si stanno sui coglioni: Firenze e Siena, Siena e Arezzo, Firenze e Prato, Prato e Pistoia, Firenze e Lucca, Lucca e Pisa, Pisa e Livorno, Firenze e Pisa, Pisa e Pistoia. Considerando che Massa e Carrara non sono degne di nota e che Grosseto si trova già abbondantemente nel Lazio, la cosa si può riassumere, per i meno esigenti in termini di completezza, con un semplice: Pisa e tutte le altre.

I Gatti Mézzi — pisani fino all'osso — di tutto ciò ne hanno fatto una bandiera e, alla luce dei sei dischi che ormai hanno all'attivo, possiamo dire abbiano vinto la loro battaglia, visto che oggi sono apprezzati e stimati in tutto il Granducato, persino a Livorno. Forse anche per questo Francesco Bottai e Tommaso Novi hanno deciso di prendersi una pausa dal progetto principale e separare (speriamo temporaneamente) le loro strade, suddividendo l'originario swing volgare (nel senso dantesco del termine) nelle sue due componenti principali. Da un lato la chitarra quasi manouche del primo, dall'altro il pianoforte impazzito di quest'ultimo. Entrambi ridimensionando non poco il vecchio, pesante accento da alta costa tirrenica.

Molto bello è un singolo che si recensisce da solo con il suo stesso titolo e ci conferma che il Novi non è certo uno che ha paura di guardare in faccia la scaramanzia. Dopo aver cantato, a suo tempo, Morirò d'incidente stradale, se ne esce infatti con una canzone che celebra la voglia di aprire il gas a manetta mentre sei in piega su una moto all'uscita dell'ennesima curva. Ma si sa, a questo punto, dopo tre mesi chiusi in casa, anche crepare all'aperto, baciando uno dei pini secolari della Vecchia Aurelia, ci sembra una fine migliore che farlo senza fiato in un reparto di terapia intensiva.

Sarebbe facile tirare fuori il nostro lato radical chic e sottolineare come ci sia dentro tutto il buon gusto pop e l'autoironia ammiccante di un Ben Folds all'italiana, o chiamare in causa la solo apparente semplicità armonica (o la sua stessa ben nascosta complessità — dipende da quale punto di vista volete affrontare la questione) e la maestria da fischiettatore professionista che suggerisce paragoni nemmeno troppo arditi con il talento di Andrew Bird. Ma la verità è che in fondo in fondo la faccia che ti sale su da quel groppo in gola mentre guardi allo specchio un pezzo così, è uno solo: ha le fattezze di Lucio Dalla e uno spessore non certo inferiore ai nomi appena citati.

Note a margine
Questa mini playlist è un piccolo estratto di quella che è stata selezionata in esclusiva per hvsr.net e che ancora continua a fare la sua porca figura, in costante evoluzione, sull'omonimo sito. La riportiamo anche qui, in fila per cinque con il resto di quel che avanza, per questioni di vanagloria, completezza e perché Spineless è come il maiale: non si butta via nulla. Ma soprattutto per non dimenticare, a perenne memoria di quei bei tempi andati in cui i mixtape si facevano a mano e gli algoritmi ci mettevano i bastoni tra le ruote solo durante le ore dei corsi di algebra.
HVSR Digest #29
L'insostenibile pesantezza dell'essere i Radiohead