Alta fedeltà

Alta fedeltà

30 dischi usciti nel 2015 che ci son piaciuti (a Spineless) parecchio: l'inutile, inconsulta classifica di fine anno a suo insindacabile e non richiesto giudizio. Ma non chiamatelo Best Of, che chissà quanta altra roba bella manca.

30 Dicembre 2015

Per coerenza, simmetria, quasi assonanza, potete chiamarli Random Albums of Senseless Beauty. Fossero degli award finirebbero tra le trending topic di Twitter come #RASB15. Il mio psichiatra — notoriamente privo di poesia quanto carente di efficacia e sintesi comunicativa — la chiamerebbe piuttosto "annuale ammissione di incompletezza sottoforma di classifica natalizia". Io concordo sul fatto che chiamarla Best Of sarebbe stato abusato, definirla I migliori dischi del 2015 sarebbe suonato ridicolo da quanto presuntuoso (chi siam noi — io e il mio analista intendo — per dirlo? Come si fa a esserne sicuri? E soprattutto… chi li ha ascoltati tutti i dischi del 2015?). Quindi diciamo che son trenta dischi che ci son piaciuti quest'anno e bòn.

In rigoroso ordine di gradimento (e già quello è stato complicatissimo da decidere, figuriamoci).

Il concetto di mancanza

Qualunque classifica è figlia del concetto di mancanza. Ma che ve lo dico a fare? Alta Fedeltà lavete letto tutti (almeno stando alla frequenza con cui lo citate sui social network), quindi vi sarà chiaro che la morale è quella, anche se magari così brutalmente non ve l'hanno mai detta, anche se magari quando avete poi visto il film eravate troppo occupati a pensare il libro era meglio per rendervi conto che le cose non stavano necessariamente così: semplicemente era il libro che stava iniziando a mancarvi pericolosamente, tanto pericolosamente da iniziare già a popolare la vostra personale classifica di peggiori trasposizioni cinematografiche di romanzi a tema musicale. Niente paura, semplicemente anche voi, come tutti:

Il passato lo padroneggiate niente male: è il presente che non lo capite.

In questo caso particolare, il presente sarebbe che non esistono le cinquanta migliori canzoni dell'anno appena passato, i venti migliori dischi dell'anno appena passato o la migliore colonna sonora dell'anno appena passato. Semplicemente perché le cinquanta migliori canzoni dell'anno appena passato, così come le migliori cinquanta canzoni di qualunque altro anno, sono quelle cinquanta canzoni che vi hanno spezzato e poi rimesso in sesto il cuore quando avevate vent'anni. E i migliori venti dischi dell'anno appena passato, così come i migliori venti dischi di qualunque anno, sono quei venti dischi che vi siete pagati in lire mettendo da parte le paghette settimanali quando avevate vent'anni. La migliore colonna sonora dell'anno appena passato invece, come la migliore colonna sonora di qualunque anno, beh, quella è quella de Il Corvo, non ci sono dubbi. Io avevo vent'anni, e me la son comprata per corrispondenza, pensa te. In lire, s'intende.

E allora le chiamiamo le migliori cinquanta canzoni dell'anno appena passato ma in realtà sono quelle cinquanta canzoni dell'anno appena passato che avremmo voluto ci rimettessero in sesto il cuore, dopo averlo meticolosamente spezzato, anche se il cuore lo abbiamo sostituito con un'abbondante serie di emoticons per tutte le occasioni e l'unica cosa che può spezzarlo è ormai solo la doppia spunta blu di Whatsapp. E chiamiamo i venti migliori dischi dell'anno appena passato quei venti dischi dell'anno appena passato che avremmo voluto pagarci in lire mettendo da parte un pezzo di stipendio precario e invece ci siamo ascoltati in streaming sul telefonino a nove euro e novantanove al mese. E la miglior colonna sonora dell'anno appena passato diciamo ancora che è quella de Il Corvo, tanto le colonne sonore non se le incula nessuno, quindi chi vuoi che si accorga che in realtà è del '94?

Tutto questo per dire che le classifiche vere si fanno una sola volta nella vita (massimo due): le successive (e, senza saperlo, anche le precedenti) sono solo revisioni, parallelismi, nella peggiore delle ipotesi ripetizioni, nella migliore (ma dovete esser, senza saperlo, gente veramente fortunata) aggiornamenti.

Nostalgia canaglia

Come direbbero due che — Dio ce ne scampi e liberi — non sono in questa classifica.

La dimostrazione è più che semplice, lineare, crystal-clear. Il mio professore di analisi, all'università, sarebbe stato orgoglioso di me. Nel senso: mi mancava PJ Harvery, e infatti troverete Torres, Courtney Barnett, ma addirittura Florence Welch e Jeanne Added. Mi mancava molto, evidentemente, PJ Harvey, perché son tutte e quattro — spoiler! — in TOP 10. Mi mancava Apparat, e infatti troverete Shlohmo. Mi mancava Trentemøller, e infatti troverete i Vessels. Mi mancavano i Pavement e infatti troverete gli Speedy Ortiz.

E così via, sempre più facile, lineare e idiot-proof. Il mio professore di analisi, all'università, forse avrebbe suggerito di non semplificare troppo, perché è vero che le dimostrazioni è bene che siano easy, chiare e incontestabili, ma se ti fai prender la mano e superi una certa soglia poi si chiamano assiomi e non c'è più gusto. Eppure a me mi mancavano da morire anche i Built to Spill, i Modest Mouse, i Therapy?, i Faith No More e i Blur e casualmente troverete i Blur, i Faith No More, i Therapy?, i Modest Mouse e ovviamente i Built to Spill. A dimostrazione che Babbo Natale ogni tanto le legge, le letterine che gli mandiamo.

Poi, a dirla tutta, mi mancava tantissimo anche qualcuno con quel talento innato per prendere spicchi, frammenti e cocci di vari generi musicali e rammendarli insieme nascondendo le cuciture, i buchi e le crepe, in un tutt'uno con un minimo di senso (che poi altro non è che il solo e unico trucco per creare qualcosa che suoni nuovo, da almeno trent'anni a questa parte). Ed è per questo che gli Unknown Mortal Orchestra fanno capolino anche se a tratti sconfinano i territori a me poco congeniali (appena sento puzza di funk ho subito l'impulso irrefrenabile di premere il magico tasto FFWD), che compare Oneohtrix Point Never nonostante sia ancora abbastanza lontano da quel minimo di senso di cui sopra (bisogna concedergli comunque l'onore delle armi perché in ogni caso ha tentato di fare la cosa più accessibile di cui era capace), e soprattutto che tre tizi di Atlanta, Georgia, finiscono per rovesciare il tavolo, prendersi fiches, capre e cavoli e portarsi a casa tutta la posta in palio.

E infine, inevitabilmente — c'ho mica la redazione di Pitchfork alle spalle, io — a un certo punto mi mancava anche qualcos'altro: tipo altre quindici posizioni da riempire per arrivare a trenta. Così c'ho messo anche una manciata di altri dischi che, anche se propriamente non mi mancavano in termini di saudade, secondo me, va la pena di ascoltare se si vuole un po' di bene alle proprie orecchie.

Come diceva Spock — pace all'anima sua — ogni volta che cantava sotto la doccia.

30 dischi che ci son piaciuti quest'anno

Con tutto questo panegirico di ipotesti, tesi e dimostrazioni, più che una classifica ora pare una biogragia. Che poi lo so: al limite avrebbe avuto più senso chiamarla discografia. Ma ho fatto ingegneria e il mio professore di analisi non avrebbe tollerato una licenza poetica del genere in materia di reference.

E soprattutto lo so, sì — è veramente da incoscienti nominare Star Trek a pochi giorni dall'uscita nelle sale del nuovo episodio di Star Wars: i fan storici si incazzano, i nuovi adepti si confondono. Quindi diciamo che la Forza sia con voi e, prendendo in prestito un paio di regole dalla grammatica di Yoda:

La classifica questa è.

30

Mumford and Sons

Wilder Mind

E in culo anche il banjo

Se anche voi non vedevate l'ora che i Mumford cestinassero finalmente i loro banjo e gli facessero fare la loro degna fine (ovvero quella che veniva riservata a più o meno tutti gli strumenti di usati durante un qualunque concerto dei Nine Inch Nails del '94), bene: il vostro momento è arrivato. Se anche voi eravate tra quelli che hanno sempre guardato alla band londinese con una curiosità infastidita riassumibile nel concetto di "chissà cosa sarebbero capaci di fare se la maestra sequestrasse loro quei giocattolini a quattro/cinque corde di origine africana", perfetto: questo è il disco che fa per voi.

Un album che sarebbe da premiare solo per il coraggio di aver abbandonato così di punto in bianco una formula considerata altamente originale e caratteristica, gettando ai maiali il simbolo che ne aveva definito fin qua l'identità e il sound quasi in toto: formula e simbolo (fattore non trascurabile, questo) da milioni di copie, esordi al numero uno in classifica e stadi sold out dopo due ore.

Non era facile: con queste premesse, in un mondo senza banjo diventi solo l'ennesimo gruppetto che prova a imitare i National sperando di continuare a suonare davanti a distese di teste degne dei Killers. Senza considerare le offese di tutti quelli che invece quel cordofono tradizionale nordamericano lo adoravano e ora son convinti che non riusciranno più a vivere in una dimensione mumfordiana banjoless.

Comunque piacere, io son tra quelli che da anni aspettavano questo momento: finalmente i Mumford hanno trovato il coraggio (o forse semplicemente ne avevan pieni i coglioni anche loro, chissà) di scaricare i banjo in fondo al cesso, dimostrando così di poter competere senza nessun timore con le migliori, banalissime rock band.

Tracce caldamente consigliate

Tompkins Square Park

Believe

Wilder Mind

29

Unknown Mortal Orchestra

Multi-Love

Roba per etichettatori professionisti

Ruban Nielson sembra uno di quegli artigiani talentuosi assoldati dalle major del design industriali per dare quel certo non so che alla loro noiosa produzione seriale. Raramente ci si trova di fronte a un disco così difficilmente inseribile in un unico (per non dire qualunque) contesto di genere. Non tanto io, che sono totalmente impedito nell'esercizio in questione e vado in panico ogni volta che mi si chiede di etichettare qualcosa, dal barattolo di marmellata fatta in casa al nuovo film di Sorrentino. Anche quelli bravi, dico, gli etichettatori professionisti: li ho visti in grossa difficoltà di fronte a questo pastrocchio delirante e deliziosamente groovy che riesce ad essere contemporaneamente la cosa più futuribile e quella più dichiaratamente vintage uscita quest'anno.

Per capirsi meglio: la parte più insofferente di me dice che alla base di tutto ci sente pericolosamente un Prince o un Marvin Gaye, ma la verità è che, ascoltando bene queste tracce, il nome che andrebbe chiamato in causa è uno solo. E probabilmente è quello che avresti dato a Frank Zappa se avesse fatto un disco nel 2015.

28

Oneohtrix Point Never

Garden of Delete

Primi passi verso il mainstream

Qualunque album di Daniel Lopatin è uno shock mentale, ma questa volta il senso di disorientamento è eccitante e del tutto indolore. In altri termini: come al solito, capisci un 10% di quello che hai appena ascoltato, solo che in questo caso ti vien comunque da dire: però, fico!

Sia chiaro, prima di fraintendersi, niente manca dell'imprevedibilità che è sempre stato il trademark della casa: pezzi corrosi di chitarre distorte, parti vocali sintetizzate come resti di terracotta gettati da un dirupo che rimbalzano contronatura in passaggi jazzati semplicissimi e scarni. Sezioni che definiresti nonsense musicale che all'improvviso si fondono in forme sonore tecnicamente impressionanti e precisi castelli laser a base di synth. Il fatto nuovo è che qui si fa baldoria con qualcosa che è disgustoso eppure intenso, nello stesso tempo in cui si scende a compromessi con qualcosa (che potrebbe essere qualcos'altro ma anche lo stesso qualcosa di cui sopra) di innegabilmente accessibile e lo si sciorina come fosse una tesi di laurea da manuale: preparati, spigliati e sicuri di sé. Primi passi verso il mainstream, si chiamano.

Tracce caldamente consigliate

Sticky Drama

I Bite Through It

Lift

27

John Tejada

Signs Under Test

Lo straordinario lavoro di cesello

Dici techno e pensi a rave, pasticche, cassa dritta, piccoli suoni ripetitivi, il primo interrail a Berlino e quella tedeschina con due poppe così che come si chiamava? Franziskaner? Augustiner? Insomma, a tutto meno che a un qualcosa di simile alla melodia.

Questo perché non hai ancora ascoltato John Tejada. Intricata elettronica artigianale, da ascoltare con l'attitudine di chi guarda alla perferzione imperfetta di un vetro lavorato a mano: non riesci a vedere bene attraverso, intuisci ombre e colori al di là, ma non puoi fare a meno di rimanere a fissare lo straordinario lavoro di cesello.

Tracce caldamente consigliate

Beacht

Rubric

Meadow

26

Any Other

Silently. Quietly. Going Away.

Whiskas Temptations

Pure a loro mancavano tantissimo i Built to Spill. Quindi li avrei messi in classifica anche solo per affinità di stato d'animo. In più un indie-rock così vero (dove vero implica tutta una serie di sensazioni immeritatamente riassumibili in "americano di metà anni '90") in Italia era un po' che non si sentiva. Anzi, se la memoria non mi inganna, forse non si era mai sentito. Sicuramente non si era mai sentito suonato così da gente di vent'anni, ovvero che quando uscì There's Nothing Wrong With Love nemmeno era nata, ma che dimostra di padroneggiare la materia in maniera convincente ed evocativa, senza mai però cadere nel revival puro e noioso.

Niente di nuovo tra gli ingredienti insomma, ma tanta carne al fuoco, e cucinata bene. Doveva arrivare un gatto per scoprirlo? Pare di sì.

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Something

Gladly Farewell

To the Kino, Again

25

Father John Misty

I Love You, Honeybear

Altro che Jacopo Ortis

Un disco che solo a guardare il titolo ti si cariano i denti. Un disco che a leggere i testi ti sei già riempito di brufoli. Un disco che ascoltarlo per intero è la via scontata verso il diabete. Eppure — saran le feste, sarà la vecchiaia — ma suona come la cosa più romantica mai sentita. Romantica nel senso di Byron. Un'invettiva contro una nazione mascherata da lettera d'amore alla moglie. Altro che Jacopo Ortis.

Tuttavia, nonostante le tematiche oscure, melodrammatiche e intense, non si ha mai la sensazione di ascoltare la versione musicata del diario di Søren Aabye Kierkegaard. Sarà per la giusta dose di autoironia che si sente strisciare rumorosamente in sottofondo, o forse per quella sua faccia calma ed estroversa, a metà tra un Gesù in preda a trip allucinogeni e un Jeff Bridges misticamente ispirato, che lo pone di diritto in quel limbo confortevole che sta tra i due status spinosi di guru musicale e fricchettone cresciuto.

24

Death Cab For Cutie

Kintsugi

Quel che resta

Kintsugi (questo ormai lo sapete tutti) è il nome di una raffinata arte giapponese di riparazione dei vasi di ceramica tramite oro e argento fusi. Tra le righe (o meglio sarebbe dire tra le crepe) ci sarebbe l'insegnamento base di una qualunque educazione sentimentale, ovvero che dall'imperfezione causata da una ferita può sempre nascere qualcosa di buono, un valore aggiunto, più pregiato.

Fatto sta che qualunque cosa ormai resti dei Death Cab for Cutie, continua a fare una fatica immensa a deluderci. Ben Gibbard si lascia alle spalle (in ordine sparso) l'ex-produttore — nonché fondatore della band — Chris Walla, la moglie, Los Angeles e probabilmente anche la voglia di smettere di bere e lo fa nell'unico modo che conosce: raccogliendo gli stracci e facendone un tailleur su misura per chiunque, usando come bottoni la solita decina di canzoni di altissimo livello.

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Black Sun

Little Wanderer

Binary Sea

23

Port Royal

Where Are You Now

Grandi passi lontano dal mainstream

I Port-Royal ci vanno giù pesante: chiudono in soffitta qualunque rimasuglio di forma-canzone ammazzandolo senza rimorsi tramite piccoli grandi operette digitali che stanno sui dieci (ma anche dodici) minuti l'una e contengono — ognuna — in media tutto quello che a un qualunque altro gruppo basterebbe per metter su almeno tre o quattro tracce.

Più di 80 giri di lancetta in dieci pezzi fanno di tutto ciò una lungometraggio sonico che si spinge oltre il semplice futuro prossimo, una roba complicata che necessita di un'attenzione immersiva, costante e dedicata. Grandi passi lontano dal mainstream, si chiamano.

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Theodor W. Adorno

The Last Big Impezzo

Karl Marx Song

22

Blur

The Magic Whip

La strategia dell'opossum

Per fortuna, nonostante le storiche gufate di Noel Gallagher, né Damon Albarn né Alex James sono morti di AIDS, Grahm Coxon ha deciso che era l'ora di smettere di fare buoni dischi che nessuno ascoltava (perché molti nemmeno sapevano che erano usciti) e Dave Rowntree ha pensato bene che tornare a essere il batterista di un gruppo in cui i geni erano gli altri tre (cosa di cui Liam Gallagher, ad esempio, invece non si è mai fatto una ragione) non era poi così male.

Nell'ambito della famosa lotta per la testa della classifica di vendite promossa negli anni '90, sciogliersi e poi riformarsi con questa impressionante naturalezza per ripartire esattamente da dove ci eravamo lasciati, è il corrispettivo della strategia dell'opossum, quel simpatico animaletto che si finge morto per poi fare a tutti il gesto dell'ombrello una volta che i predatori si sono allontanati. Funziona alla grande, a quanto pare: gli Oasis sono scomparsi e i Blur sono ancora qui. E ora in classifica ci son solo loro.

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Go Out

I Broadcast

My Terracotta Heart

21

Low

Ones and Sixies

Mai un'emozione da poco

Probabilmente nessun genere musicale è così strettamente legato a una singola band come il cosiddetto slowcore ai Low. Sì, ok: i Red House Painters, i Galaxy 500, gli American Music Club — le so fare anche io le ricerce su Google. Ma credo che nessuno come i Low sia stato capace di spingersi oltre (se non addirittura di spingere oltre) i confini di una definizione: non più (non solo) un mondo sonoro lento, calmo, musicalmente dilatato. Ma soprattutto appassionato, ripulito da qualsiasi compromesso, in qualche modo catartico.

Ogni disco di Alan Sparhawk e Mimi Parker ha la dolcezza della voce di qualcuno che si prende tutto il tempo per raccontarti una scommessa che sa già di aver vinto, e non è mai un'emozione da poco.

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No Comprende

Landslide

DJ

20

Lower Dens

Escape From Evil

Due opzioni per andarsene

Alla terza prova Jana Hunter riesce a partorire il suo capolavoro pop. E il bello è che lo fa con un album in cui raccoglie i suoi testi più rassegnati, oscuri e depressi.

L'effetto di questo contrasto tra parole e note è a tratti spiazzante, ma la morale è sempre la stessa: non importa quanto possano essere belle, strane o entusiasmanti la vita, l'amore, le canzoni o le persone. L'unica cosa che le accomuna è il fatto che, da un momento all'altro, hanno solo due opzioni per andarsene: svanire nel nulla in un istante, oppure bruciare per qualche secondo in un magnifico inferno di fiamme. Qui si raccontano entrambe le alternative con la consapevolezza di chi sa che non son poi così diverse.

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Ondine

Quo Vadis

Electric Current

19

Boy

We Were Here

La conservazione dei marshmellow

Ecco quello che sarebbero i Daughter se almeno una volta la settimana andassero non dico a ballare ma almeno a farsi un drink al pub con gli amici. Oppure i Chvrches se ogni tanto invece di andare a ballare se ne stessero a casa a guardarsi un film di Sokurov, provassero a strimpellare uno strumento a caso invece che star fissi a spippolare sul computer e soprattutto decidessero di mettere davanti al microfono una che sa cantare al posto di una giornalista di NME con un timbro vocale da far accapponare la pelle.

I Boy sono una delle sorprese più gradite di questo 2015, visto che si son presi la briga di regalarci un disco dream-pop moderno in un periodo in cui il dream-pop puzza come un marshmallow andato a male e una title-track che si candida direttamente a miglior canzone dell'anno senza nemmeno passare dalla giuria.

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We Were Here

Fear

No Sleep for the Dreamer

18

Faith No More

Sol Invictus

Affinità e divergenze tra il compagno Mike Patton e noi: del conseguimento della maggiore età

Il fatto che tutto questo succede alla posizione 18 è un caso, giuro. Però fa una certa impressione pensare che la maggior parte di quelli nati intorno al giorno di uscita del precedente disco dei Faith No More oggi possono votare. O meglio, potrebbero votare, se qualcuno ci mandasse alle elezioni, e questo non lo auguro a nessuno, é a quel punto si tratterebbe di dover scegliere chi votare — ma questa è un'altra storia.

Ad ogni modo, diciotto anni non sono passati invano: il dibattito sulla questione reunion è apertissimo e sappiamo tutti bene da quale lato pende la bilancia. In questo caso, io mi sento di andare controcorrente e dico che questo è un album che possono apprezzare sul serio solo coloro che conoscono molto bene la band di Mike Patton: non è un disco da ascoltatori occasionali o un semplice barattolo di miele per nuovi potenziali fan. Il che, a mio modesto parere, è già un buon punto di partenza, anche per un semplice, del tutto ipotetico processo alle intenzioni.

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Sunny Side Up

Black Friday

Motherfucker

17

Shlohmo

Dark Red

Sulle rive dello Stige

Sembra la copertina di Violator dei Depeche Mode, ma in bianco e nero, quindi peggio. Nel senso: allegria a palate ancora prima di far partire la prima traccia. Shlohmo ci aveva avvertiti: «Suona come se i Boards of Canada avessero incontrato Burzum sulle rive dello Stige». Quello che non ci aveva detto è come fosse riuscito a manipolare così bene i suoni rovinati dell'Ade per creare una specie di inorganico decadimento armonico a cui le emozioni si aggrappano senza sapere bene perché.

Ebbene sì: anche beat, elettricità e suoni apparentemente inerti possono, quando vogliono, nelle mani giuste, essere tanto struggenti quanto un testo di Sufjan Stevens.

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Buried

Slow Descent

Beams

16

Paolo Spaccamonti

Rumors

La colonna sonora dell'anno

Se fosse una colonna sonora sarebbe la colonna sonora dell'anno. Invece è solo un gran bell'album senza parole. Strumentale si dice. Almeno fino a quando qualcuno non deciderà di metterci un bel film sotto e farlo diventare la colonna sonora dell'anno prossimo.

Una lastra di vetro, luminosa e tagliente, che a tratti si lascia attraversare dallo sguardo dell'ascoltatore, a tratti riflette e abbaglia (dipende dall'inclinazione, questo lo sanno anche i bambini) ma non senza lasciare segni. Un chitarrista che sa tenere la sua chitarra a bada lasciandole lo spazio che merita ma senza farla diventare per forza l'unica, assoluta e arrogante protagonista, da sempre, è una cosa abbastanza rara. Quindi facciamone tesoro.

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Rumors

Dead Set

Giorni Contati

15

Wire

Wire

Dei vecchi

Con quattordini album alle spalle e quarant'anni di carriera sul groppone — oggi che il termine post-punk è ormai appannaggio di svariati ragazzini con la ciuffa spiaccicata di lato — ascoltare il nuovo disco degli Wire è un po' come andare a trovare quello zio sfigato rimasto scapolo, tremendamente intellettuale e superiore a tutto e a tutti che cerca di mantenere un contatto con la realtà comprando dischi di ragazzini con la ciuffa spiaccicata di lato e riuscendo a salvarsi dal ruolo del rincoglionito di casa (the so called "Abe Simpson effect") solo grazie all'incontestabile verità che lui la guerra l'ha sparata sul serio e la fame vissuta davvero. E invece.

Invece il dato di fatto è che, se questo fosse stato il debutto di una nuova band di ragazzini con la ciuffa spiaccicata di lato, tutti sarebbero qui a tesserne le lodi e a raccontarci quale magnifico futuro la aspetta. Insomma, pare brutto ammetterlo, ma dovevano arrivar dei vecchi che han smesso di avere qualcosa da dimostrare decine di anni fa, per insegnarci a prender seriamente per il culo questo nostro universo 2.0: che Dio li benedica.

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Blogging

Split Your Ends

Harpooned

14

The Decemberists

What a Terrible World, What a Beautiful World

Una specie di maledizione

I Decemberists avrebbero tutte le ragioni (e le occasioni) per adagiarsi un po' sugli allori. O almeno vivere di rendita (musicalmente parlando) per qualche album. Hanno visto il loro ultimo disco raggiungere il n°1 delle classifiche americane, hanno partecipato alla colonna sonora di un colossal come Hunger Games, hanno pure avuto un cameo nei Simpsons, la serie animata più famosa al mondo.

Potrebbero innestare un qualcosa di simile a un pilota automatico e filar via lisci come l'olio con un disco ogni due anni senza sbattersi troppo. Non escludo che ci provino, che lo stiano effettivamente facendo: il problema è che anche con questo atteggiamento continuano a sfornare roba di primissima fattura, al punto che pare ormai evidente che per Colin Meloy ormai scrivere canzoni meravigliose sia una specie di maledizione. Come se non avesse alternative. Come se non fosse capace di fare altro.

13

Monarchy

Re|Vision

Una maleducazione imbarazzante

Avete ragione: inserire un disco di cover nella classifica di fine anno è di una maleducazione imbarazzante. Ma i Monarchy già dai tempi di quell'atto eretico che avevano compiuto con Lithium dei Nirvana avevano messo bene in chiaro che di questa cosa qua (le cover, dico) ne avevano fatto quasi un mestiere. Faccio obiettivamente fatica a ricordare qualcuno con un talento così cristallino nel rivisitare pezzi di altri con un tocco definito a tal punto da renderli quasi propri.

Riassumendo: un album di cover che non sembra un album di cover. Ovvero un album di cover fantastiche. Vediamo se davvero siete così open-minded come dite, quando qualcuno si mette a imbrattare in maniera tanto sfacciata i vostri capolavori preferiti.

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Video Games

Girls & Boys

Closer

12

Speedy Ortiz

Foil Deer

Il millenovecento, nel '95

Il '95 è stato un bell'anno, forse il migliore per l'indie-rock. Dice che c'entra. C'entra perché questo disco degli Speedy Ortiz avrebbe dovuto uscire in quel periodo. Sia chiaro, non che ci dispiaccia che sia comunque uscito quest'anno: era solo per fare un po' quelli che si stava meglio quando si stava peggio e qua una volta era tutta campagna. Però sarebbe potuto succedere: sarebbe bastato che i Pavement avessero avuto come cantante una donna e i Sonic Youth si fossero concessi un sorriso, entrambi con l'intento (anche solo inconscio) di lasciar sfociare lo stato puro del loro scazzo™ verso una variazione sul tema più gioiosa à la Starlight Mints.

Ma questa è fantascienza a posteriori. Quindi mandiamo in culo i rimpianti e godiamoci questo piccolo gioiello di culto per i devoti del genere.

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Raising the Skate

Dot X

Swell Content

11

Therapy?

Disquiet

Le lacrime agli occhi

Tutti abbiamo amato Infernal Love. Tutti saremmo io e quegli altri tre che avevam messo su la band a sedici anni. Il concept album, il cambiamento di suoni e di atmosfere, i passi avanti e la maturità dopo il debutto: insomma, tutte quelle cose lì che si leggevano sulle riviste degli esperti ai tempi. Eppure a nessuno di noi tutti (e quattro) ci avrebbe mica fatto schifo che il disco della maturità fosse più o meno identico a quello di debutto, che i passi avanti fossero stati fatti sul posto e che i suoni e le atmosfere fossero rimaste intatte: insomma la vecchia storia di chi lascia la strada vecchia per la nuova e tutte quelle cose lì che ci raccontavano i nostri nonni dall'alto della loro saggezza.

Ecco, questo per dire che i Therapy? il vero seguito di Troublegum ce l'han regalato ventidue anni dopo: devo farlo sapere a quegli altri tre, ma credo che saran contenti, anche se ora sono stimati professionisti e cari padri (e madri) di famiglia. E io, che dire? Fa effettivamente un po' specie sentire Andy Cairns che dal puplito dei suoi cinquant'anni canta a squarciagola «The road ahead looks shorter than the one behind / Either way I'm no closer to wisdom», ma c'ho le lacrime agli occhi lo stesso.

10

Jeanne Added

Be Sensational

Un po' sticazzi

E poi son arrivati i francesi e a quanto pare han deciso che il post-punk suona così: un po' art-pop, un po' electro-wave in slow motion, un po' sticazzi. Rosico abbastanza a confessarlo (dar ragione ai francesi, dico — io non l'ho mai scritto, tu non l'hai mai letto), ma è un modo come un altro per dire che suona parecchio, parecchio bene.

Jeanne Added ci impacchetta (e come ce lo impacchetta!) il suo album di esordio dopo più di cinque anni di carriera e mette insieme alla grande tutto ciò che ha imparato nel frattempo, tra conservatorio, jazz-club e collaborazioni varie (Dan Levy e i The Dø su tutti), presentandosi come una Peaches un po' meno sbroccata, una St. Vincent un po' più da battaglia, una Tying Tiffany un po' meno figa (e anche meno tamarra). Il tutto con una voce di gran lunga al di sopra di tutte e tre messe insieme: cattiva quanto basta per restare ancora dolce, malinconica al punto giusto per rimanere estremamente cazzuta.

Tracce caldamente consigliate

A War Is Coming

Miss It All

Lydia

9

Built to Spill

Untethered Moon

Sul divano col gatto

Le chitarre dei Built to Spill, con quel suoni unici e incredibili, quel tremolo che sta da anni ormai distorto in bilico tra il fastidio e l'orgasmo, sono l'equivalente indie-rock del comfort food. Fossi uno che ama spararle grosse direi sono l'indie-rock. Invece sono uno che passa le serate sul divano col gatto, quindi dirò semplicemente che per me quelle chitarre lì sono il concetto puro di sentirsi a casa, lo scoppiettare della legna nel camino, il profumo dei biscotti caldi appena usciti dal forno, l'ADSL che va come una scheggia a 20Mbit senza fare le bizze.

Il nuovo disco dei Built to Spill suona come un disco dei Built to Spill dell'anno scorso, o di cinque anni fa, o di dieci anni fa: ovvero suona da Dio. Lo so, lo so che questo alla lunga dovrebbe essere una nota di demerito a livello di recensione. Ma io, per fortuna, non faccio recensioni e come tutti ho bisogno di sicurezze. La mia sicurezza sono i Built to Spill e il loro scrivere canzoni come la più grande rock band rimasta indenne nonostante l'avanzare del tempo, perché completamente estranei al concetto di moda. Un infinito deja-vù uditivo, un mucchio di vecchie nuove canzoni che sanno di tutto ciò che negli anni hai amato di una band, come se fossero state lì da sempre. E quell'inspiegabile sensazione di certezza, che durerà almeno fino al prossimo album dei Built to Spill, al prossimo mucchio di canzoni che ti faranno dire: che bello, niente di nuovo, tutto come prima, tutto come sempre. Non importa per quanto.

Tracce caldamente consigliate

Some Other Song

Never Be The Same

C.R.E.B.

8

Foals

What Went Down

Due palle così

Questo non è il nuovo album dei Foals, questo è un greatest hits di inediti: ovvero tutto ciò di cui son capaci, fatto al meglio delle loro possibilità come non lo hanno mai fatto. Conseguenza naturale di tutto ciò, se, come dicono in giro, la matematica non è un opinione: questo è il migliore album dei Foals fino a oggi. Un trionfo senza mezzi termini: un elettrizzante, avvolgente, a tratti brutale collezioni di canzoni con due palle così. Echi dei loro inizi post-punk e math-rock risuonano ovunque, abilmente mischiati con i classici ultimi sussurri, ammiccamenti e incursioni verso una dancefloor mai effettivamente calpestata.

Per farla breve: il distillato più potente che potessero mettere in campo di tutto ciò che la band ha perfezionato in passato. E per favore non venite di nuovo a lamentarvi con quella storia dell'innovazione e dell'evoluzione. Dieci tracce con due palle così: il resto è poesia snob frustrata.

Tracce caldamente consigliate

What Went Down

Albatross

Snake Oil

7

Editors

In Dream

Fare gli Editors

L'unica cosa sicura è che gli Editors (per quanto non venisse loro nemmeno troppo male) han deciso che fare i Kings of Leon non dava loro poi tutte queste soddisfazioni. Non dico che sian tornati a fare gli Interpol come agli inizi, anzi. Qui è come se ogni traccia strizzasse l'occhio a una band diversa, dai primi Depeche Mode agli ultimi Depeche Mode (che — su questo siam tutti d'accordo, no? — son due band che han poco a che fare l'una con l'altra), passando per i Cure, Jimmy Sommerville e addirittura qualcosa che se non puzza di Tears For Fears poco ci manca.

Lo so che messa così pare un disco di merda. Il che dimostra che io le recensioni fatte bene abbiam litigato da piccoli e da allora non ci siam più parlati. Sì, perché in realtà qua tutto scorre via in una maniera così perfetta che è un piacere, suona onesto, compatto, mai annoia o lascia qualche stralcio di dubbio. Arrivi alla fine e l'unica cosa che ti vien da dire è: ma come? Già finito? Ricominciamo! Stai a vedere che — alla faccia dei riferimenti, delle influenze e degli omaggi dichiarati — alla fine è la volta buona che gli Editors cominciano a fare gli Editors sul serio.

Tracce caldamente consigliate

Forgiveness

The Law

All the Kings

6

Courtney Barnett

Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit

Quell'altra zoccola

Prometteva benissimo già dal titolo e non delude le attese. Dopotutto l'ultima volta che le parole si erano scontrate le une con le altre con una delizia così sense/nonsense sulla copertina di un disco (stiamo parlando di Whatevar People Say I Am, That's What I Am Not degli Arctic Monkeys, sì) sappiamo tutti come è andata a finire: parecchio bene, direi.

Courtney Barnett è la Courtney che tutti avremmo voluto negli anni '90 al posto di quell'altra zoccola. Non che ci avrebbe salvato, ma ci avrebbe fatto andare a fondo beati delle nostre insicurezze con più cognizione di causa, insicurezze che poi sono le sue: più scazzata che sexy, in un continuo oscillare tra l'ironia degli inevitabili pericoli di un ipotetico 21st-century living e il rassicurante terrore di qualunque interazione sociale. La comfort zone che ci fa sentire a casa ascoltandola è riassumibile più o meno così: Courtney Barnett ha la stessa eccezionale abilità che aveva Kurt Cobain di trovare tutta la sua forza artistica nelle proprie personali debolezze, di prendere tutta quella merda che sente dentro e tirarla fuori, riuscendo però a sembrare una maledetta rock star del cazzo invece che una ragazzina piagnucolosa che si sta autocommiserando. Courtney Barnett è l'amica un po' depressa ma che ti fa morire dal ridere per come ti racconta le cose, quella con cui vorresti andare a bere una birra tutte le sere per sentirti dire che il mondo fa schifo ma quelli che dicono che il mondo fa schifo fan schifo di più.

O almeno, io una birra con Courtney Barnett ce l'andrei a bere volentieri, lo confesso. Sarà che ormai le ho provate tutte senza particolare successo, ma son disposto senza nessun imbarazzo di sorta anche a questo tentativo da ultima spiaggia: farmi spiegare da una nata nell'87 come uscire vivi dagli anni '90, come passare dal buon vecchio «I hate myself and I want to die» al suo disarmante «I used to hate myself but now I think I'm all right».

5

Vessels

Dilate

Dura tornare indietro

Strano a dirsi (o forse no), ma il più intelligente e incantevole album di musica elettronica quest'anno l'ha fatto un gruppo cosiddetto post-rock. Non ho idea di come l'abbiano preso i fan dei vecchi Vessel, ma son fiducioso che abbiano una dose di maturità sufficiente per apprezzarne lo sforzo, il bisogno e l'indiscutibile bravura. Dopotutto non possono certo lamentarsi di non essere stati avvertiti: gli indizi per una svolta di genere di questo tipo c'erano tutti e l'unico modo per non vederli era il sempre buon vecchio e semplice non volerli vedere. Saranno ormai quasi due anni che i cinque di Leeds suonano live servendosi di una sola chitarra e soprattutto senza mai andare a toccare nemmeno per sbaglio un pezzo del loro repertorio iniziale, dichiarando così ufficialmente il loro status di fan dei Kraftwerk, con un'adolescenza fatta di giornate passate a perfezionare una sorta di teenage math-rock in sala prove di pomeriggio ma concluse ad ascoltare di nascosto in cuffia tutta la discografia dei Massive Attack al calar delle tenebre.

E così eccoci qua: finalmente, i Vessels ammettono che si sono stancati di giocare a fare gli Explosions In The Sky o gli Hammock ma che, non essendo ancora pronti a diventare i nuovi 65daysofstatic, hanno deciso di andare a lasciare delle impronte tremendamente pesanti in quella zona fangosa dove è finito per impantanarsi con successo l'ultimo Trentemøller (arrivando dal lato opposto però, ovvero mettendo in soffitta qualche synth e imbracciando un paio di strumenti). Bisogna dire che ci son riusciti benissimo: il fango è seccato e ora è dura tornare indietro.

Tracce caldamente consigliate

Elliptic

Echo In

As You Are

4

Florence + The Machine

How Big, How Blue, How Beautiful

What else?

L'ho già detto vero, che forse per un attimo sarebbe meglio smetterla di cercare qualcosa di improbabilmente nuovo ad ogni costo? Ecco, se ci assestiamo tutti in quest'ottica credo che possiamo pacificamente concordare che quando un disco è praticamente composto per intero da potenziali singoli (anche nella versione deluxe, con due inediti in più), siamo di fronte a un miracolo. Oggi come ieri, domani come sempre. Ok, ora un minuto di silenzio per dar tempo a ognuno di dire che sì, va bene, miracolo fino a un certo punto, anzi, non ne saremmo così sicuri, dopotutto un disco per essere tale deve avere un giusto equilibrio tra hit e canzoni magari meno d'impatto ma che bilancino la forza delle altre con altrettanta o superiore profondità e intimità, altrimenti parleremmo di compilation. Finito? Bene. Tempo scaduto, non vi rimane nemmeno un secondo per arrampicarvi sugli specchi e blaterare che le compilation non son mai belle come i dischi, proprio perché manca quel senso di omogeneità che di solito hanno pezzi usciti dalla stessa penna nello stesso periodo. Io adoro le compilation e questa è una compilation pomposa, magniloquente, a tratti arrogante nella sua bellezza, ma perfettamente equilibrata tra venature elettroniche, soul e naturalmente rock. Solo che le note son tutte uscite dalla stessa penna. Ovvero un album della madonna, ovvero un miracolo inquietante: è assolutamente impossibile dire quale sia il pezzo più riuscito, e per scegliere le prime tracce promozionali immagino che quelli della Island abbiano fatto tanti bigliettini con su scritti i titoli e poi ne abbiano estratti a caso un paio.

Per farla breve, sfido chiunque a contestare il fatto che Florence Welch sappia scrivere belle canzoni, che poi canta come nessun altro. Sarò uno che si accontenta di poco, ma non capisco sinceramente cosa altro si possa chiedere a un album.

Tracce caldamente consigliate

Ship to Wreck

Various Storm and Saints

Long and Lost

3

Modest Mouse

Strangers to Ourselves

Sboronaggine

Mi pare evidente che i Modest Mouse, quando si sono messi comporre questo nuovo disco (immagino con la consapevolezza che fare meglio del precedente era obiettivamente quasi impossibile, nonostante si sian presi otto anni di tempo per riuscirci), abbiano deciso di giocarsi tutto in una scommessa non da poco, di quelle che butti là quando sei ubriaco e poi la mattina dopo bestemmi tutti i santi perché ora son cazzi. Qualcosa del tipo: vediamo se riusciamo a prendere qualunque genere musicale e a farlo suonare "modest mouse". Da mission impossible a mission impossible, mi verrebbe da dire. La cosa assurda è che loro l'han pensata quando erano perfettamente lucidi e soprattutto che a conti fatti l'hanno vinta. Una roba del genere credo di averla vista fare solo ai Queen quando Presidente della Repubblica era ancora Cossiga: ci vuole una bella dose di incoscienza, di talento e soprattutto di considerazione di sé. In una parola sola: sboronaggine. Un ingrediente che Isaac Brock e compagni trasudano da ogni poro.

E allora abbiamo qua di fronte i Modest Mouse rap che fanno i Run DMC, i Modest Mouse folk che fanno i Fleet Foxes, i Modest Mouse psichedelici che fanno i Flaming Lips, i Modest Mouse crossover che fanno i Faith No More, i Modest Mouse western che fanno la parodia di Sergio Leone, i Modest Mouse intimisti che fanno Sparklehorse and so on. Il tutto con la solita, meravigliosa mancanza di sintesi che li ha sempre contraddistinti, il tutto senza che nessuno se ne renda conto, e soprattutto senza tralasciare ovviamente i Modest Mouse che fanno i Modest Mouse. La cosa che, al netto di tutti gli esercizi di stile, viene loro sicuramente meglio.

2

Torres

Sprinter

Il miglior lato A dell'anno

In un'ipotetica classifica dei migliori lati A dell'anno — cosa che sarebbe stato buffo stilare se fossimo stati ancora ai tempi del vinile (o meglio ancora delle musicassette) — Torres sarebbe stata al primo posto per distacco. Non ho sentito niente di meglio delle prime cinque tracce di questo album in giro negli ultimi tempi. All'inizio del potenziale lato B in effetti si perde un po', ma è ampiamente giustificata dal fatto che lo fa solo perché cerca di spingere l'asticella un po' più in alto, in qualche sperimentazione che la sua voce regge alla grande pur non essendo adeguatamente supportata da soluzioni sonore propriamente all'altezza.

Anche volendo essere analitici e fare una media matematica, il risultato è a dir poco ottimo: Mackanzie Scott riesce a rilasciare gradualmente una sorta di bellezza triste senza sconfinare nel confessionalismo di certe sue colleghe, combinando magicamente l'energia grezza delle epiche cantantesse degli anni '90 con un minimalismo moderno e mai paraculo. La nuova Tanya Donnelly, la nuova Cat Power, la nuova Anna Calvi, la nuova PJ Harvey. Forse niente di tutto ciò, forse tutto questo insieme. Io, se avessi due lire da scommettere, non avrei il minimo dubbio.

1

Algiers

Algiers

Non finisce bene

Alabama, 1853. Ora di cena nella grande casa padronale. Gli ospiti, già seduti, aspettano le prime portate. A capotavola, un predicatore di colore: chiodo di pelle, camicia bianca, cravatta scura. In cucina un cuoco con i capelli da Playmobil esamina i suoi strumenti, in modo da avere il completo controllo di ciò che bolle in pentola. Un solo cameriere, incredibilmente stempiato per la giovane età, ma estremamente efficiente: silenzioso, eppure sempre presente, sembra ti legga quasi nel pensiero. Intorno al lungo tavolo di ebano la crème de la crème dell'aristocrazia locale. Greg Dulli, con il bicchiere già vuoto, si è appena assicurato il monopolio del posacenere. Ride, sussurando qualcosa all'orecchio di Nick Cave. Trent Reznor giochicchia con i coltelli dell'inestimabile servizio di argento apparecchiato sulla tovaglia: li affila uno con l'altro, li raschia contro le gambe della sedia. Ian MacKaye si sta rasando i capelli con delle forbici arrugginite: cadono a ciocche nel piatto. Il cameriere si avvicina ma lui con un cenno della mano lo ferma: ognuno usa i condimenti che preferisce. Jaz Coleman, vestito da Jolly di picche, interpreta al meglio delle suo possibilità il buffone di corte, girando tra le sedie e improvvisando giochetti di prestidigitazione e illusionismo da quattro soldi. Nell'angolo della sala, Mike Patton, legato a una catena di tre chili, ringhia impotente davanti alla sua ciotola vuota. Suona il campanello dalla cucina: la cena è pronta. Il cuoco inizia a battere le mani con ritmo cadenzato e a ballare in maniera epilettica, il cameriere parte con un sottofondo di suoni gutturali, il predicatore si perde nella sua preghiera. Canta: «And the chained man sang in a sigh / I feel like going home». Mike Patton si strozza con il guinzaglio, simula una crisi epilettica, ma nessuno lo considera. Jaz Coleman lancia le carte in aria e salta sul tavolo. Ian MacKaye gli toglie la tovaglia da sotto i piedi e lo fa cadere rovinosamente a terra. Trent Reznor inzia a tenere il tempo battendo i coltelli sui bicchieri. Uno si rompe, poi un altro. Rumori di cristalli infranti in levare. Nick Cave macchia di rossetto il tovagliolo asciugandosi le labbra dal vino che gli ha versato nel bicchiere Greg Dulli, che a sua volta beve l'ultimo sorso di scotch invecchiato, si accende l'ennesima sigaretta e inizia a piangere di gioia. Il predicatore lancia un urlo belluino. È il segnale: fuori, i negri drizzano la schiena dai campi di cotone e — zappe, bastoni e fiaccole in spalla — iniziano a marciare compatti verso la villa. Non andrà a finire bene: «We're your careless mistakes / We're the spirits you raised».

Potrebbe essere davvero iniziato tutto così, visto che questo è l'album più anacronistico, interrazziale (se per "razza" intendi genere musicale) e politicizzato degli ultimi anni. Una sproporzionata orazione religiosa che si ribalta nell'anti-gospel, dove, piuttosto che promuovere una salvifica ascensione, un'estasi fuori dal corpo che porti a una comunione con il cielo, ci si precipita giù dai confini della storia americana, senza possibilità di rinascita dopo secoli di oppressione sistematica, santificando l'inutilità della speranza in un qualsiasi cambiamento. Un pamphlet in note fatto di black music e new-wave, uno splendido pasticcio di tutti i simboli trasgressivi del rock dell'ultimo secolo: l'attivismo soul-powered della Motown nei primi anni '70, la furia proto-punk degli MC5 e dei Fugazi, la preistoria sintetica dei Suicide e dei Killing Joke, la drammaticità sacra e profana dei Bad Seeds e dei Twilight Singers.

Il predicatore si chiama Franklin James Fisher, il cuoco è Ryan Mahan, il cameriere Lee Tesche. Dal vivo, si portano dietro il batterista dei Bloc Party, a patto che non si tagli più i capelli. Prima di ritrovarsi in questa miscela esplosiva erano uno a Parigi, uno a Londra e l'altro ad Atlanta. Han messo su un Tumblr per scambiarsi qualche idea e ispirazione, hanno iniziato a mandarsi un po' di sample con WeTransfer e han tirato fuori il disco più bello e stupefacente dell'anno. Tutto qui.

Tracce caldamente consigliate

Blood

Old Girl

Irony. Utility. Pretext.

30 canzoni che ci son piaciute quest'anno

Perché anche l'orecchio vuole la sua parte (sempre come diceva Spock), perché si parla di musica e ubriacarvi di sole parole non mi sembrava onesto e perché alla fine c'è anche chi, in mezzo a un disco da poco, c'ha infilato una canzone della Madonna.

Chiamatelo podcast, chiamatelo mixtape, chiamatelo come volete, ma ascoltatelo come se domani non ci fosse un domani — qua.

Le mani avanti

Visto che quest'anno è andata bene e ormai abbiam capito come funziona io ci provo, tanto non c'ho mica niente da perdere. In che senso, dice. Nel senso che visto che son qui ormai provo anche a farmi mancare qualcosa per l'anno prossimo, che se magari lo faccio con un po' di anticipo può darsi che chi di dovere abbia il tempo per organizzarsi. Qualche suggerimento buttato là fischiettando mentre si guarda da un'altra parte. Un subdolo tentativo di muovere a compassione non si sa bene chi facendo quegli occhioni tristi da gatto con gli stivali. Una specie di letterina inconscia a Gesù Bambino, lui che è un professionista nel colmare le mancanze a suon di regali ordinati su Amazon. Qualcosa del tipo:

Caro Gesù Bambino, il nuovo anno ancora non è iniziato, ma a me già mancano tantissimo i Gomez, i dEUS e PJ Harvey. E poi i Radiohead, ovviamente.

Una roba semplice così, apparentemente innocua, innocente e sincera: sarebbe qualcosa come i buoni propositi per l'anno nuovo, a modo mio. Ma sono un po' preoccupato, lo ammetto. Che Gesù Bambino, si sa, è più scaltro e meno indulgente di Babbo Natale: tutto vede, tutto conosce e tutto sa, quello lì. E allora sicuro che si accorge che in parte sto giocando sporco, come quando hai già sbirciato dentro al pacco grattando via un pezzettino di carta per assicurarti che non ci siano brutte sorprese, ma rovinandoti così anche quelle belle.

Sì, perché almeno quelli di Polly e dei miei amici di Oxford sono due album già ampiamente preannunciati, due di quei dischi del futuro già arrivato, che troviamo in testa — ormai da un mese abbondante — a tutte quelle classifiche della speranza, tutte quelle liste di dita incrociate sul senno di poi, tutti quei controsensi anticipati che vanno a cozzare senza ritegno addosso alle poche certezze che uno aveva, tipo che per fare una classifica di dischi i dischi vanno ascoltati, prima.

Avete presente I migliori album in uscita nel 2016? Ecco.

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