Occhiali da svista

Occhiali da svista

Miranda e la poca lungimiranza del suo oculista. Quando vederci male è l'unico modo per provare a sopravvivere e a non inciampare nel fantasma del filo degli eventi.

3 Maggio 2007

Miranda, sarà stato il nome, ma ci vedeva troppo bene. "Undici decimi", per la precisione. Ma undici decimi sono una frazione incosciente, un numero non intero che messo lì da solo significa poco più di niente: fa quasi ridere, undicidecimi, messo lì da solo. E pensare che "undici decimi" è roba da oculisti, gente che senso dell'umorismo zero: vedi te la vita, a volte, come si diverte male.

Lungimiranza

La parola giusta, per Miranda, era un'altra. Quella parola lì, quella giusta, gliel'aveva detta un giorno la sua maestra delle elementari a Miranda:

  • Sei una bambina lungimirante.

Proprio così, lungimirante.

Chiaro che lei, Miranda dico, non aveva capito, a quei tempi: "lungimirante" è una parola troppo lunga e difficile per una bambina di sei anni, così come per un oculista. Che a sei anni, questo lo sanno tutti, non si ha un gran bel rapporto con le parole lunghe e difficili. Se si esclude, ovviamente, "supercalifragilistichespiralidoso". Eppure era l'unica parola adatta a descriverla, Miranda (sarà stato il nome), quella parola lì. Detta a sei anni, era una parola lungimirante, a modo suo, se mi permetti il gioco di parole, caro utente linguista.

Il problema

Il fatto è che esser lungimiranti a prescindere può rivelarsi un problema, e nel caso di Miranda, checché ne dicesse l'oculista, di problema si trattava:

  • Signorina, lei ha undici decimi per occhio.
  • È un problema, dottore?
  • No, anzi...

Ecco: no anzi un cazzo. Il problema di Miranda era che non solo distingueva le insegne dei negozi a cento metri di distanza e qualsiasi cosa o persona le venisse incontro la metteva a fuoco con immenso anticipo: Miranda andava oltre, e senza volerlo, riusciva a riconoscere il prima e il dopo delle cose. Come se quelle fossero di vetro, Miranda riusciva a separare nettamente il riflesso da ciò che stava dietro.

In altri termini il problema di Miranda era che non solo vedeva oltre gli incroci stradali, ma vedeva anche al di là di tutti quei bivi che la vita ti mette di fronte ogni giorno: in pratica sapeva per certo qualunque conseguenza avrebbe avuto ogni decisione che stava per prendere, giusta o sbagliata che fosse. E dico "giusta o sbagliata" perché nessuno, questo si sa, è così idiota da pensare che il solo fatto di sapere come va a finire comporti automaticamente il fare la scelta giusta.

Quando le arrivava addosso, la vita a Miranda, lei ne aveva già letto anche le note a margine e la conosceva a memoria dal primo all'ultimo rigo.

Gli occhiali

È per quello che portava gli occhiali, Miranda.

  • Miope?

Le aveva chiesto il proprietario calvo e grasso del banco di occhiali usati in cui si era messa a rovistare quel giorno al mercato.

  • No, lungimirante.

Aveva risposto lei.

Due occhiali vecchi, con le lenti spesse e la montatura nera e pacchiana.

Sì, perché vorrei vedere te, caro utente binocolo, a vivere una vita in cui riesci sempre a scorgere l'orizzonte, in cui non sei mai capace di perderti tra la folla, una vita in cui niente o nessuno ti coglie di sorpresa, in cui non puoi mai prenderti il lusso di capire le cose all'ultimo momento, di essere ingannato e di scoprirlo solo alla fine, così da lasciare alla delusione solo il minimo spazio necessario. Vorrei vedere te.

Quel giorno Miranda, allontanandosi dal banco con gli occhiali sul naso e il mondo che le ruotava distorto attorno, urtò una signora carica di borse della spesa, inciampò nel marciapiede e schivò per un soffio un auto che non aveva visto svoltare: poi, ferma all'angolo della strada ancora con il cuore in gola per il pericolo appena scampato, chiuse gli occhi e si gustò qualcosa che se non era felicità le assomigliava molto.

Per quello porta gli occhiali, Miranda, e non se li toglie nemmeno quando va a dormire: perché qualcuno da piccola le ha detto che a volte i sogni son premonitori e che possono essere letti (lei questa cosa non l'aveva mai capita, lei che sosteneva che in un sogno non c'è niente da leggere, al massimo qualcosa da guardare) che attraversano gli occhi chiusi per raccontarci, non richiesti, storie interrotte a metà. E allora meglio non rischiare, si diceva tutte le sere Miranda quando spegneva l'abat-jour sopra la custodia degli occhiali vuota, poggiata da sempre sul comodino.

La prima volta

Se li è tolti ieri, la prima volta dopo dieci anni, per stringere una vite che si era allentata. Li ha presi in mano, li ha osservati per un attimo («Guardarsi gli occhiali non è come guardarsi negli occhi», precisa nel suo trattato di dinamica dei riflessi e delle riflessioni La lentezza delle lenti il dottor Ciriaco Cusano di Nocera Inferiore), ha sorriso e poi si è guardata intorno, soprattutto indietro, a rimirarsi la vita e a contemplare tutta la sua svogliatezza di proseguire su strade annunciate. Allora ha sussurrato senza rimpianti:

  • Non ci sono più abituata.

Il filo degli eventi

Se li è rimessi giusto un attimo prima che entrasse nella stanza suo figlio, appena tornato da scuola:

  • Ciao mamma.

Un bacio sulla guancia.

  • Ciao Mirko.

Si china e lo prende in braccio.

  • Cosa avete fatto oggi?
  • La maestra ci ha insegnato il filo degli eventi.

Gli passa una mano tra i capelli.

  • Ah sì? E cosa vi ha detto del filo degli eventi?

Mirko arrossisce.

  • Non mi ricordo bene: rapporto causa-effetto... il senso della vita... la verità delle cose... che a esser lungimiranti, a guardar bene, si trova sempre... cose così.

Miranda fa una pausa, di quelle troppo lunghe, poi:

Non c'è nessun filo Mirko: a guardare bene, quello che trovi è solo una vecchia corda piena di nodi, e quando ti pare che porti da qualche parte, arrivi al punto in cui qualcuno l'ha tagliata. Allora, se per sbaglio ti c'eri attaccato, cadi e batti il culo per terra, nella migliore delle ipotesi. Sta tutta qui la lungimiranza.

Miranda (sarà stato il nome) non si ricorda se quella cosa lì l'ha detta davvero o l'ha solo pensata. Però Mirko è rimasto un attimo sorpreso, poi si è messo a ridere (che mettersi a ridere è sempre un buon modo per far finta di aver capito, questo si impara presto). Allora lei gli ha dato un buffetto sul naso e gli ha detto:

  • Su, vai a giocare, ora.
  • Ma ho da fare i compiti!
  • Vai a giocare.
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