I ricordi scaduti

I ricordi scaduti

Nunzio e il suo banchetto alla fiera di primavera: tutto il bello e il brutto di una carriera in solitaria, passata a svuotar le cantine, difendendo la sua dignità e fronteggiando i ricordi degli altri.

24 Novembre 2008

Nunzio svuotava le cantine. Hai presente, caro utente disordinato, quei foglietti che si vedono appesi dapperutto tipo "Bertocchi & figli: sgomberi solai e magazzini" e poi giù a seguire il numero di telefono? Ecco, Nunzio svuotava le cantine, solo che lui sul volantino ci scriveva:

Nunzio: vi libera dai ricordi scaduti.

E diceva, quasi per giustificarsi:

  • È che son sempre stato un tipo solitario.

Che io poi non l'ho mica mai capito cosa ci fosse da giustificarsi, svuotare le cantine. Me, svuotare le cantine mi pareva un lavoro come un altro, anzi, pensarci bene, mi pareva pure un lavoro più bello degli altri, roba che c'era da vantarsi, mica giustificarsi.

Ma la gente poi si sa (la gente sta male, lo dice anche la canzone). La gente io non lo so, ma la gente invece pare che svuotar le cantine sia un lavoro da pezzenti e allora «Son sempre stato un tipo solitario», diceva Nunzio, quasi a giustificarsi che ti faceva spazio in casa, che ti portava via tutti i buoni propositi che avevi rinnegato, che ti alleggeriva del peso di tutti quei pezzi di te di cui non ne volevi più sapere.

Lavoro da pezzenti un cazzo, pensavo io: ci vuol talento, maneggiare i frammenti di vita altrui, anche quando sono stati chiusi a chiave nel dimenticatoio, e tanta predisposizione. Bisogna esserci portati, pensavo, non son cose che si improvvisano così, far piazza pulita di una manciata momenti dalla collezioni di anni di qualcun altro. Un po' solitari per natura, bisogna essere, per non affezionarsi subito alle robe abbandonate.

Fare l'amore

Io insomma, dirla tutta, un po' lo invidiavo, Nunzio, e allora poi ci passavo le ore, davanti al suo banchetto alla fiera che il Comune metteva su a fine primavera sul prato grande, quello al limitar del bosco. E tipo ci chiedevo che va bene esser solitari, ma far tutto da sé doveva esser un impegno mica da poco.

  • Sì, certo, un po' di fatica la faccio: montacarichi non ce ne sono, qualche volta neppure la luce per le scale. Se non ho nessuno? Sì, il mio aiutante è un bravo ragazzo, ma io non sono invecchiato a vanvera, e i ragazzi, si sa, ogni tanto devono prendere un po' d'aria.

L'aiutante era Alessio, quello che, come diceva mia nonna a quei tempi, "faceva l'amore" con la Fede. La Fede — con la F maiuscola — era la Federica, non ci sbagliamo, che in un paese come il nostro che era un pezzo di Russia in mezzo all'Appennino, anche il prete — Don Brabanti, pace all'anima sua — bestemmiava con cadenza strettissma, solo che lo faceva sottovoce, e allora Dio, dall'alto della sua bontà, faceva finta di non sentire.

Anche se, quell'età, si fa per dire, che far l'amore non se lo immaginavano nemmeno. Diciamo che lei usciva da casa mano nella mano con la sorella per andare a scuola e lui, invece di scender giù ad aiutare Nunzio, rimaneva appoggiato al portellone aperto dell'Apino (l'Apino era un Ape, senza apostrofo nel senso di un mezzo di locomozione e — con molta fantasia — trasporto su tre ruote, una roba che te lo vendevano con le istruzioni per l'uso: c'era scritto, «le curve, prenderle piano, che ribaltarsi è un attimo») imbambolato a guardarla passare, che anche quello, parer mio, era mica un brutto modo di farlo.

L'amore, dico.

Un privilegio

  • Poi sai...

Mi diceva Nunzio, facendo finta di non saper nulla di quella storia di Alessio e della Fede.

  • Al di là della schiena a pezzi è che mi piace il mio mestiere: lo considero un privilegio.

Io facevo la faccia adulta di quello che non solo aveva capito, ma addirittura era d'accordo, pensa te, ma lui continuava lo stesso, che si vede era un argomento che gli stava a cuore, una roba di quelle che dici meglio spiegar bene, meglio dir due parole in più che due in meno, non si sa mai.

  • Le cantine hanno un buon odore, e poi ci son le fiere, ci siete voi, che comprate, o anche solo che ascoltate, che ascoltare è un modo di comprare bello quasi quanto far l'amore solo guardando.

Aggiungeva, tradendo — non so quanto involontariamente — il fatto che invece la sapeva eccome quella storia della Fede, e di Alessio.

L'onestà

Sorrideva alla gente che passava attraverso il prato, quello grande, sul limitare del bosco, quello che il Comune ci faceva la fiera, quello che il Comune ce la fa ancora la fiera, solo che ora la fa dentro un palazzo di vetro che non hanno nemmeno avuto il cattivo gusto di metterci l'erba finta dentro.

Maledette speculazioni edilizie, maledetta la corsa al mattone che ha rovinato questo Paese, maledetto lo spirito capitalistico del post-rivoluzione borghese del diciottesimo secolo, direbbe Max Weber e invece io ancora non lo sapevo, quando ascoltavo Nunzio che sorrideva dietro il carretto che usava come vetrina espositiva delle cose sue, le robe delle cantine insomma. Quel carretto assurdo tutto di legno intarsiato di colori che se al posto dell'Apino c'era attaccato un cavallo con le penne in testa sarebbe sembrato uno di quelli siciliani, avresti detto.

  • È un carretto siciliano, l'ho ereditato da mio nonno. E, cara mia, mio nonno era un vero signore.

Raccontava lui alla vecchietta che soppesava con la mano l'abat-jour anni Venti con ancora la polvere originale sopra.

  • L'onestà, mi ha spiegato, e il rispetto per gli oggetti, per quello che il tempo butta via e per lo strato che ci lascia sopra: son cose che si insegnano, ma soprattutto che si imparano, in silenzio.

Poi faceva una pausa. E si lasciava andare di nuovo a quell'imbarazzato bisogno di dire le cose come stavano anche se nessuno gli stava imputando niente:

  • Non sono uno sciacallo, avrò sgombrato mille cantine badando più alla dignità altrui che al portafoglio.

Fatti, mica parole, e dimostrava il tutto con un:

  • Provate a chiedermi qualche prezzo.

Che, c'è da dirlo, eran prezzi veramente da miseria.

Topi

E allora io ci facevo una domanda delle mie, di quelle per distoglier l'attenzione da un argomento che secondo me non era nemmeno il caso di perderci tutto quel tempo.

  • Come dici ragazzo? Topi? Ne avrò incontrati sì e no quattro messi in croce in tutta la carriera.

La chiamava "carriera", lui, e me non mi pareva ci fosse una parola più adatta.

  • Son leggende metropolitane, anzi, leggende di paese, che chiamarla metropoli, questa, par quasi di farle un dispetto.

E guardava quel prato sconfinato con tutte le bancarelle dei colleghi che si perdevano oltre la distanza focale dell'occhio. Di un qualunque occhio.

  • Ascolta, la mia idea è che son saltati tutti fuori, che un conto è prenderli e buttarli nel cassone dell'Ape, i ricordi degli altri, ma viverci dentro, dopo un po' esci pazzo, e allora c'è da capirli, i topi: mica scemi, i topi.

Diceva convinto. E proseguiva, per ribadire il concetto:

  • Non mi fanno paura, cosa credi, c'è niente da aver paura ti assicuro: son loro che se la fanno sotto, e hanno ragione. Poco scemi i topi, lo capiscono il mondo.

Poi io, anni dopo, m'è toccato di rivalutarla sul serio questa teoria di Nunzio, che ho scoperto che c'era uno che sui topi la sapeva lunga, e giurava che le cose non stavan mica come ce le insegnano all'università, che i topi, se passavano la maggior parte della loro vita nei laboratori di chimica a correre in tondo dentro delle ruote, in realtà lo facevano per condurre esperimenti estremamente fini e complessi sull'uomo e studiarne le reazioni ai loro comportamenti, un piano geniale, diceva il tipo che la sapeva lunga, farci credere di star studiando loro quando invece eran loro a studiare noi. E il fatto che ancora una volta l'uomo dimostrasse di fraintendere completamente il rapporto con un'altra specie invece era pienamente in conformità con il loro piano, s'intende — il piano dei topi, dico — e ribadiva, ce ne fosse il bisogno, la teoria così dura da accettare che non siamo assolutamente la razza più intelligente dell'universo, anzi.

Scatole

Che alla fine, sul carretto di Nunzio, non c'era nemmeno tanta roba. Scatole, per lo più. Così la gente a volte si lamentava (non capisce, la gente, c'è poco da fare: con la gente, farsene una ragione e basta, quello si può fare con la gente, io c'ho rinunciato, far capire le cose alla gente). E allora lui sbottava:

  • Certo che trovo qualcos'altro a parte le scatole! Ma lei se lo immagina il carretto con sopra una credenza restaurata con sopra un frigorifero anni Cinquanta con sopra un lampadario a grappolo con sopra un candelabro? Son soltanto un uomo che prova a guadagnar due lire, mica il guardiano della Torre di Babele!

La Torre di Babele era una roba che non ci si capiva una sega, come dice il poeta.

Me mi veniva da ridere, ma lui proseguiva (che la pubblicità è l'anima del commercio, come si suol dire, anche se in realtà è risaputo che il commercio ha venduto l'anima al diavolo e ora un'anima non ce l'ha più, eppure la pubblicità continua a passarsela bene lo stesso):

  • Per quelle cose lì c'è il magazzino, nel cortile dietro la casa del popolo, tenga, è il biglietto da vista, venga a trovarmi.

La gente prendeva il foglietto scritto sulla carta del fornaio, quella che ci mettevi dentro il pane, leggeva quella storia di Nunzio e dei ricordi scaduti. Poi faceva la faccia di quello che non capisce. Che la gente, come gli vien bene la faccia di quello che non capisce alla gente, io non me lo spiego, ma ormai me ne son fatto una ragione.

Sul carretto invece prevalentemente scatole. Scatole, scatoline, bomboniere, ditali inizio-secolo, porta-aghi, cose così.

  • È uno scacciapensieri con un astuccio di velluto viola, quello, cucito a mano.

Spiegava nel vano tentativo di far scomparire lo sguardo interrogativo dalla faccia del ragionier Balatelli.

  • C'è anche una frase ricamata. Dice: "Portami con i tuoi pensieri quando vai via, invece di scacciarli". Bello, no? Son lavori che non si fanno più, son cose che non si dicono più.

Era vero, e lo ne era la prova il punto di domanda che continuava a campeggiare, irriducibile come l'idiozia, sulla faccia del ragioniere anche dopo che se ne era andato senza dire nemmeno «grazie, non mi interessa».

Le latte dipinte a mano

E poi le latte dipinte a mano dei biscotti. Quelle io sì che ci andavo matto per le latte dipinte a mano, quelle dei biscotti, sul carretto di Nunzio. Ne aveva di diversa grandezza: diceva che gli sembrava carino lasciarle così come le aveva trovate, con il loro contenuto dentro, senza spostare nemmeno una virgola.

  • È un modo di dire, signora: che io una scatola piena di virgole ancora non l'ho trovata. Al massimo piena di punti, per dire senza tanti fronzoli che è meglio farla finita, ma mai dire mai, eh!

Che una scatola senza la roba dentro, senza la sua roba dentro, diceva, che scatola è? E mi spiegava:

  • In ogni caso la gente le compra senza aprirle. Si divertono a indovinare, ragionano qualche secondo sul prezzo che ho appiccicato sopra (tranquilli, è un adesivo di quelli che si tolgon facilmente), poi le scuotono e scelgono.

Io allora col dito ne indicavo una.

  • Vuoi provare con questa? È un bel gioco, sai. Se ti piace il suono te la porti a casa. Quanto? Tra le tre e le quindicimila, ma te l'ho detto, basta che leggi lì, sì, lì sopra, bravo.

Io leggevo, che va bene che eran tanti anni fa, ma leggere, leggere avevo imparato. Non ho ancora smesso.

  • Ah, ottima scelta! Novemila, grazie. Puoi scoperchiare, adesso.

Bottoni di madreperla, coloratissimi.

  • Sei deluso? Ti aspettavi qualcosa di diverso? Le cantine son piene di bottoni, vestiti, lenzuola, medicine scadute: questo è quello che passa al convento, come si dice, anche se io, le cantine dei conventi non ho mai avuto il piacere di frequentarle. Lì sì che mi sa ci sarebbe da divertirsi, mi sa.

Io non è che ero deluso, i bottoni eran bellissimi: solo che mi interessava più il gioco che l'esito, mi piaceva metter l'orecchio sulla latta fredda e cercare di capire cosa c'era di là. E il bello era indovinarci, mica poi tenersi il malloppo.

Cordini

Allora lasciavo perdere i bottoni e ne indicavo un'altra.

  • No, quella non la vendo, ci sono affezionato.

Nunzio scuoteva la testa, come a dire che quella no, quella uno poteva insistere fino alla fine del mondo ma quella non si vendeva.

  • È uno dei primi oggetti che ho tirato su da là sotto: ero ancora un ragazzino alle prime armi, stavo ancora imparando. Era meravilgiosa, ti giuro, una donna che a ottantatre anni ancora te ne potevi innamorare: viveva da sola, poi sono spuntati gli eredi con una chiave, mi hanno aperto la porta e mi hanno indicato giù come a dirmi: "c'è buio e un po' di roba dentro, fanne quello che vuoi".

Guardarlo in faccia, sembrava una cosa che se la ricordava come fosse adesso:

  • Buio ce n'era tanto, topi nemmeno a pagarli, e oltre a quello solo una scatola, questa.

Poi prendeva un gran respiro, Nunzio, di quelli che sembrava quasi che mi volesse bene, che i sacrifici così si fanno solo per chi ci si vuol bene:

  • Puoi darci una sbirciatina, se proprio ti esplode la curiosità, ma non è in vendita, siamo intesi.

Io infilavo l'occhio nella fessura e tornavo su con una faccia strana. Allora lui scoppiava a ridere:

  • Ehi! Sono spaghi, frammenti di corda, che ti immaginavi? Gli anelli di Re Mida?

Re Mida era uno che le cose, meglio se non le toccava le cose, Re Mida, che era il classico tipo che come toccava qualcosa faceva danni, lui.

Poi c'era un foglio di quaderno. Io allungavo la mano, ma lui me la bloccava, dolcemente ma in maniera decisa.

  • Non toccarlo, magari si sbriciola: te lo dico io cosa c'è scritto.

I cani si rincorrevano sul prato, quello grande, al limitare del bosco. I bambini rincorrevano i cani, per spirito di emulazione. La gente passeggiava sull'erba, senza capirne granché, né di cani, né di bambini, tantomeno di ricordi. Non capiva, la gente, ma stava bene lo stesso: dopotutto il sole stava andando giù, e un tramonto è una cosa così inutile che la capiscono anche gli stupidi. Le cose andavano avanti, insomma, piano: non si capiva dove e figuarsi perché, ma questo è un grande classico che poi si sarebbe ripetuto fino alla nausea.

  • C'è scritto "cordini troppo corti per essere usati".

Nunzio a quel punto iniziava a rimettere a posto tutte le sue cose, che c'era da svuotare il carretto e caricare l'Apino. Io allora mi pareva normale dargli una mano, che, anche se era festa e non si andava a scuola, dov'era Alessio si sapeva tutti e due e provare a cercarlo era tempo sprecato. Così inizavo a raccoglierle, tutte le cose, una per una, lasciando per ultima quella, s'intende.

Cordini troppo corti per essere usati.

Messi da parte per tener traccia di tutte le volte che la vita non ha avuto le braccia abbastanza lunghe per attaccarsi ai sogni che le passavan sopra la testa.

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